Il giorno come sempre sarà, cantava la Pfm raccogliendo le impressioni di settembre, e Mauro Pagani ed i suoi sodali intendevano che dopo ogni difficoltà, dopo ogni crisi, dopo ogni momento buio, il sole sempre e comunque risorge, con rinnovato splendore e con la stessa vivida luce, inesorabile e rilucente come la vita. Ma per noi, che siamo studenti universitari coatti, relegati nelle polverose aule dei nostri atenei, le impressioni di settembre sono spesso più impoetiche, alle volte anzi fastidiosamente prosaiche. In questo caso ‘il giorno come sempre sarà’ più che l’inesorabilità della vita sembra stia a dire soprattutto l’inesorabilità del ritorno all’accademia, agli studi istituzionali, al faticoso cammino verso la laurea. Dopo i fasti di un’estate che tutti abbiamo creduto invincibile, ubriachi com’eravamo di Camus e di brezze mediterranee, torniamo mesti alla nostra vita borghese, per giunta di studenti, categoria particolarmente odiosa perché alla linearità opprimente della vita borghese aggiunge anche la condizione un po’ frustrante di non essere neppure in carriera, ma di essere soventi mantenuti o dai propri genitori o da degradanti lavoretti serali o saltuari. Per noi che poi ci definiamo e ci sappiamo dissidenti, tornare ad immergersi in un ambiente così poco stimolante come quello universitario è poi ancora più desolante, perché avvertiamo più di altri l’insopportabile vacuità di certe lezioni, la scoraggiante pochezza di certi professori, la ributtante sensazione di oppressione di certe aule, in cui i colleghi sono sempre troppi e le sedie sempre troppo poche. Noi che ci spendiamo, nel nostro piccolo, affinché la cultura sia più possibile vivificata, rivitalizzata, perché sia restituita alla gente e perché possa farsi azione culturale, incidendo sulla vita e sul mondo, capiamo più di altri la colpevole omissione di quei burocrati della cultura, di quegli impiegati del sapere (di quelli che già Nietzsche definì ‘gli operai della filosofia’) che sono i professori universitari, che invece ogni giorno si prodigano per imbalsamare come possono la cultura, imbarcandosi in ricerche settarie, producendo libri solo per addetti ai lavori, alimentando circuiti editoriali e culturali autoreferenziali e chiusi.

A venirci in soccorso in questi giorni di settembrina mestizia, c’è però un vecchio pamphlet polemico, scritto agli inizi del secolo scorso ma di un’attualità e di una verità abbaglianti, ovvero Chiudete le scuole di Giovanni Papini. Era il 1914, e Papini aveva già fondato Leonardo e La Voce, aveva già scritto Il Crepuscolo dei filosofi, insomma questo bizzoso e geniale fiorentino aveva già demolito e fustigato il putrido e mortifero mondo culturale italiano più di una volta, con l’efficacia testimoniati dai risultati ottenuti e con la brillantezza, la potenza e l’acume di una scrittura fortissima, che procede incedendo inesorabile, con la forza di un pugile che dopo aver messo all’angolo il suo avversario non ha attimi di indulgenza, ma infierisce per dargli il colpo di grazia. Papini se la prendeva con la scuola che era uscita dalle riforme risorgimentali, dalla legge Casati e dalla legge Coppino, ma è come se vedesse e giudicasse la scuola di oggi, nient’altro che un mostro burocratico che si alimenta per assuefazione pur avendo smarrito ogni funzione-pedagogica, civile, sociale, politica. Papini è implacabile, e non c’è nessun impiegato scolastico d’Italia che possa far finta di non ascoltate le sue parole. Sull’utilità della scuola per il progresso scientifico:

“Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuori dalle scuole (…) e che le scoperte decisive della scienza non sono nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria, disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano andati a scuola o non v’insegnavano”. Sull’utilità della scuola per il progresso umanistico, dei movimenti culturali e delle avanguardie artistiche: “Sappiamo ugualmente che la scuola, essendo per sue necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo (…) a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali”. Sulla persistenza della scuola solo come agglomerato di interessi, baronie, quasi come un grottesco e mastodontico ammortizzatore sociale: “Per i maestri sono soprattutto la ragione di guadagnarsi il pane”; “Aggiungete che sulla scuola mangiano ispettori, presidi, bidelli, preparatori, assistenti, editori, librai, cartolai e avrete la trama completa degli interessi tessuti attorno alle comunali e regie e pareggiate case di pena”. Sull’effetto deleterio che la scuola ha sul corpo dei giovani, costringendoli negli anni della maggiore prestanza fisica in aule anguste ed in banchetti miseri: “Quanti miopi, anemici e nevrastenici posson maledire giustamente le scuole e chi le ha inventate”. Sui professori (invettiva tremenda): “Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, svuotati, seccati, angariati, che muovon le loro membra ufficiali e governative soltanto quando si tratta di avere qualche lira in più tutti i mesi”.  Infine, sulla scarsa utilità della scuola anche dal punto di vista culturale: “Si impara soltanto dai grandi libri e dal contatto diretto con la realtà”

Questa è un’affermazione che potrà parere un po’ apodittica, lapidaria, ma se si scorre la storia della letteratura e del pensiero, si dovrà riconoscere che quasi tutti i grandi esponenti della storia della cultura studiarono da autodidatti, non finirono l’accademia o lo conclusero malamente, per coercizione e senza brillare, salvo poi trovare un percorso originale di letture, autori ed esperienze che sarebbe stato impossibile percorrendo una via tediosamente istituzionale. Papini infatti ne ha anche per le sedicenti scuole d’arte, precorrendo i tempi e maledicendo con quasi un secolo d’anticipo il Dams, le scuole di scrittura e d’arte in genere: La scuola

“insegna (pretende d’insegnare) quel che nessuno potrà mai insegnare: la pittura nelle accademie; il gusto nelle scuole di lettere; il pensiero nelle facoltà di filosofia; la pedagogia nei corsi normali; la musica nei conservatori”

Si legge questo brano e si vede bene la provenienza ideologica del Bestiario, la concezione pragmatica, popolare e trasversale della cultura contrapposta alla fumosa boria intellettualistica e settaria dei ‘creativi’…Papini in questo senso non ha dubbi: “Se c’è ancora un po’ d’intelligenza nel mondo bisogna cercarla fra gli autodidatti o fra gli analfabeti”, e scrive anche che molti “mediocri” sono stati spesso fra “i primi della classe”. Si legge il caustico pensatore e facilmente si liquida il suo come lo sfogo isolato ed eccessivo di un intellettuale geniale ma atipico, originale ed irripetibile nella sua brillantezza e nella sua foga appassionata; ma quelle istanze di rinnovamento della scuola furono il preludio della demolizione e ricostruzione della scuola ad opera di Gentile (che non fu certo immune da certe istanze d’innovazione d’inizio secolo, anche se in realtà fu poi un riforma molto più risorgimentale che futurista, molto più in continuità che in rottura col passato: tant’è che non piacque per niente ai fascisti duri e puri e fu invece approvata da molti antifascisti, tipo Croce); e poi analoghe provocazioni sull’abolizione della scuola ci furono nella seconda metà del secolo, da parte ad esempio di Ivan Illich e Pasolini, che propose l’abolizione della scuola “per diminuire la criminalità in Italia”.

Perfino oggi, nel piattume decadente, istanze di questo genere sono rimaste: un critico letterario pacato e di sinistra come Filippo La Porta ultimamente ha criticato l’eccesso di letteratura ed ha concluso che la cultura è di chi ha voglia di prendersela, ma imposta a tutti ed in egual misura finisce per degradarsi, per immiserirsi e per attribuire un falso e traballante valore intellettuale a chi fa della cultura un uso frettoloso e superficiale (i tanti opinionisti del Web, dove tutti sono titolati a pontificare su tutto…). Ed anche una sobria ed intelligente professoressa di Liceo, aliena ad infeudamenti con i partiti e digiuna di politica come Paola Mastrocola qualche tempo fa pubblicò un libro dall’eloquente titolo Togliamo il disturbo, in cui auspicava una diminuzione degli anni di scuola obbligatori, in modo che a studiare fossero solo quelli realmente interessati allo studio, mentre agli altri fosse concessa la libertà di fare altro. Ma, a voler scavare più in fondo, questa secolare concezione della scuola probabilmente ci proviene dalla nostra radice platonica, dalla convinzione diffusa che il solo lavoro dignitoso sia quello che ha a che fare con la mente, con le idee incorporee e con le nozioni astratte; mentre tutto quello che attiene al corpo, al contatto, alla manualità ed alla fatica fisica è liquidato come di scarso valore, di ripiego o privo di dignità.

Eppure sono gli stessi uomini di cultura che avvertono sulla falsità di questo pregiudizio: Leopardi e Nietzsche, per esempio, sono due struggenti esempi, non solo con la loro opera ma anche con la loro vita: entrambi dedicarono le loro esistenze alla sola cura della proprio mente, allo studio matto e disperato ed alla cultura libresca; ma poi entrambi scrissero e cantarono il rimpianto della vita, l’anelito alla libertà, la pulsione verso un vitalismo istintivo e realista, lontano dalle elucubrazioni a cui può condurre una cultura chiusa alla vita ed alle esperienze…E non è un caso che uno dei più bei romanzi del novecento, Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse (grandissimo lettore di Nietzsche) parli proprio di questa contrapposizione tra un uomo che sceglie di vivere la vita nella clausura di un monastero, con la sola compagnia di libri e pensieri; ed un altro che invece vive una vita piena di esperienze, donne ed avventure, amicizie e lutti, dolori e gioie, morendo tra le braccia dell’amico senza rimpianti né turbamenti. Forse noi tutti oggi, che regaliamo i nostri anni migliori rinchiusi nel grigiore delle aule, rischiamo di assomigliare troppo a Narciso e troppo poco a Boccadoro. E dunque: è davvero una suggestione surreale la provocazione di Papini? È davvero retorico dire che la vita è la migliore scuola che si possa frequentare? Così torniamo a scuola, per ora. Attendendo di abolirla.