L’Europa del maggio, l’Europa dei pensieri Rossi, l’Europa laica che cambia ed evolve. Questo è il modello culturale che si è imposto negli ultimi decenni, prima che l’ondata di capitalismo selvaggio fagocitasse tutti i sussulti ideali degli intellettuali e dei popoli del vecchio continente. Ma per davvero nel corso del secondo novecento , in quegli anni tanto ferventi quanto illusori , si è radicato nel profondo delle coscienze un modo di vivere e di vedere la vita avulso dai valori preesistenti ? Scollegato dall’archetipo stratificatosi nei secoli,con le chiese di paese dal gusto folcloristico dei preti d’Italia, prima pastori politici, e forse di anime; delle famiglie come nuclei primari e imprescindibili, animati dai tanti figli, alla mercé apparente dei padri burberi e saggi, miti e autoritari, sotto il controllo delle madri, imperatrici silenziose? Davvero nella pelle delle generazioni dei nati negli anni 50’/60′ si è iscritto un segno di rottura così forte con questo passato? Ad ormai 50 anni dal 1968, ancora oggi sulla bocca dei giovani dell’epoca del “post”(postideologico,postmoderno), questo periodo di rivalsa dell’uomo su una società asfissiante, “conformista e liberticida” torna come una bandiera un po’ impolverata per animare dibattiti , discussioni e pseudo rivolte , tese più che al sovvertimento dell’ordine costituito ad un trionfo dei cannabinoidi nelle aule di scuole e università. Il 68′ e i suoi corollari di pensiero e di costume sono diventati, in ultima analisi, un fenomeno di cultura e di costume maggioritario ?

La risposta a questa interrogativo, passa prima necessariamente per una precisazione di uno dei suoi termini principali: la cultura . Se con cultura intendiamo l’insieme delle programmazioni ministeriali che si sono susseguite nei licei classici, da quegli anni ad oggi, i cataloghi editoriali e dunque i listini dei testi più venduti, il taglio delle pellicole, dalle più canzonatorie alla più impegnate, dobbiamo affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che più che maggioranza, il modello sessantottino è divenuto dittatura. Le sue istanze ormai divenute generali si sono trasformate in una caricatura vuota e manipolabile, nelle mani di chi ha interesse a che le masse, il popolo, non abbia gli anticorpi necessari per difendersi dalle spinte individualiste che oggi distruggono la società. Ma non è questo l’unico contenuto con cui possiamo riempire la parola cultura. Se con questa intendiamo l’insieme di valori che animano un popolo, che lo contraddistinguono e che lo mantengono tale nonostante il passare del tempo e il fisiologico ricambio umano, non è stato certo il sessantotto, o almeno quello propugnato dalle oceaniche militanze di sinistra a scalfire la vecchia Europa delle chiese e dei violini. L’ondata sessantottina oggetto di critica da parte di Intellettuali di sinistra, del calibro di PierPaolo Pasolini, bollata come sterile e effettivamente irrilevante perchè destinata a non lasciare nulla da Indro Montanelli, ha visto in Italia uno dei suoi palcoscenici, neanche a dirlo, più coloriti . Ma oggi, i leader di quegli anni, i militanti di Potere operaio o di Lottacontinua, per citare due delle sigle più in voga al tempo, in una società che non ha assunto il volto de sol dell’avvenir tanto sperato , cosa hanno fatto? Beh non è più un mistero che questi Ho Chi Minh de noiartri, si siano tutti inseriti nelle più alte sfere dello stato padrone, con buona pace del marxismo rivoluzionario. Se dunque, i “moti del sessantotto” non hanno smosso fino alla fine neppure i loro leader pronti a lasciare l’eskimo e la Molotov , per la biro ed il palteau , hanno davvero cambiato il sentire comune dei popoli ? Improbabile, se non impossibile. L’Italietta corrotta e bigotta, con le sue giostre colorate e l’odore di cucinato al calar del vespro, sia di ribollita o di Pasta con le sarde, ha continuato, nell’agrodolce tenzone tra il vecchio e il nuovo, a rimanere intimamente, quel quadro di contrapposizioni da Bamboccioni fotografato da Giovanni Guareschi nelle avventure di Don Camillo e Peppone nel cuore della Bassa, impresse nell’immaginario popolare con gli indelebili volti di Cervi e Fernandel, fatte salve le tremende parentesi di violenza degli anni di piombo, che vanno catalogate però come la violenza di pochi in mezzo alla paura, troppo spesso accompagnata dall’ignavia dei tanti.

Se il sessantotto, con i suoi lati negativi e la sue spinte d’emancipazione indubbiamente rilevanti, hanno solo dato la spinta per alcuni cambiamenti, a voler mutare , questa volta con una violenza più scientifica e apparentemente disarmata , l’Europa che conosciamo o forse già “che fu”, sono le istanze neoliberiste di una globalizzazione che invece di integrare, disintegra . Ma a questo modello , non vi sarà resistenza, ne tanto meno questa ondata si riterrà soddisfatta di cambiamenti più o meno ampi, come quelli del maggio francese. D’altronde siamo ancora tutti troppo impegnati nelle contrapposizioni degli “anti”, dal gusto vetero-novecentesco, senza capire che il nemico, ha cambiato volto da un pezzo.