I musei dovrebbero, secondo retorica, essere il nostro petrolio ma pur con un direttore come Eike Schmidt – arrivato dalla linda Friburgo, transitato nel Minnesota – ciò che non s’immaginava potesse succedere alla Galleria degli Uffizi, a Firenze, è accaduto: le zecche hanno preso alloggio tra i capolavori dell’arte e dell’orgoglio occidentale.
Una guida turistica, una signora, è stata punta. Ha denunciato il caso sui social ma la zeccata – sebbene d’urgenza di profilassi – altra emergenza non evoca che l’ermeneutica, in special modo la decifrazione di una profezia.
Certo, fosse capitata una cosa simile a Pompei, a Caserta o, a Selinunte, se ne sarebbe cavata una questione tutta meridionale di degrado e sciatteria ma la gestione del patrimonio culturale nel Granducato di Toscana non ha derive sciuè sciuè perché le zecche, cosine schifose che succhiano il sangue ed avvelenano – le zecche di quelle che di solito abitano il collo dei cani – le zecche, insomma, sono, foriere di siccità e già attese da Nostradamus in una preoccupante quartina: “In Campania, Firenze, Siena et Tuscia non pioverà per sei mesi e nove giorni”.
Tra Firenze e Tuscia si è già in zona Etruria e perciò, zac – come già notato da Fabrizio D’Esposito sul Fatto Quotidiano – s’arriva in piena metafora e non proprio per evocar la banca (Nostradamus non agita malizie) ma piuttosto per reclamare, con la più cupa delle profezie, un temuto avviso per tramite di guano (è questo, il tappeto di pupù lasciato dai piccioni annidatisi sui tetti e sui cornicioni dello stesso museo oppure dell’attiguo palazzo municipale dove ebbe lustro e brusco il divin Matteo). Più che il gufo, dunque, può la zecca. Per non dire della blatta, trovata al Museo del Novecento. Più che il petrolio, a questo punto, il Ddt.

Fonte: IlSole24Ore