Bisognerà fare – prima o poi – un Dizionario degli Italiani dimenticati (o disconosciuti). Nell’Italia delle Patrie lettere, infatti, non ci sarà mai una vetrina, per celebrare i versi di Gian Pietro Lucini. Perfino Dino Campana – che pure ebbe riconosciuto il suo ruolo da Carmelo Bene nel respirare i Canti Orfici – ha avuto l’ostracismo in automatico dai custodi dell’impegno ma Lucini, poeta, padre delle avanguardie, genitore perciò di Campana e dello stesso Bene, resta fuori dall’ordinario sentire del ceto medio riflessivo (e fuori sono, infine, sia Campana, che Bene).

L’unico approdo mentale d’Italia è il conformismo – e figurarsi quanto nelle commemorazioni – mentre il genio, disturbante, resta indigesto. Ci si commuove giustamente su Luigi Tenco, giusto a parlare di canzonette, e nessuno ricorda Demetrio Stratos, lo Stentore dello sperimentalismo degli Area, l’unico gruppo in grado di insegnare il rock alle star di tutto il mondo. La creatività e la fatica del pensiero patiscono l’accomodamento e mai paginate, perciò – mai forum o dibattiti – per Augusto Del Noce, un gigante della filosofia, spina nel fianco della teologia modernista essendo stato lui, Del Noce, profondamente cattolico e dunque reietto per la stessa Chiesa proprio per non urtare l’Anti-Chiesa.

L’Italia non sa reggere la potenza di visione e in letteratura, i culturalmente avvertiti fanno il battimani alla sfolgorante Elena Ferrante, solo che nel frattempo giacciono nell’oblio Il Male oscuro di Giuseppe Berto o la partitura tutta di vertigine di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, due opere – così come quelle di Lucini – ignote perfino ai programmi scolastici dove non manca l’ultimo dei Gianni Rodari. A beneficio della conventicola (l’eterno Che tempo che fa della medietà).

Fonte: IlSole24Ore