Dall’accordo di Doha e l’elezione incostituzionale di Michel Sleiman alla carica di presidente, nel 2008, il Libano non aveva conosciuto alcun evento politico di rilievo fino allo scorso agosto. Nel corso dei sette mesi trascorsi da allora, il paese è stato scosso, in occasione della “crisi dell’immondizia”, da manifestazioni in grado di portare a una seconda “Rivoluzione dei Cedri”, poi da una crisi di fiducia con l’Arabia Saudita e i suoi alleati, infine da una chiamata in causa internazionale a carico di Hezbollah. Tre eventi che, presi isolatamente, sembrano spiegarsi da soli senza dover sfociare in nient’altro. Eppure…

Una puzza pestilenziale in molti comuni del Libano in cui l’immondizia non viene più raccolta.
Nel mese di agosto 2015, è cominciata improvvisamente la «crisi dei rifiuti»: lo Stato non è riuscito a rinnovare il contratto di raccolta dei rifiuti da parte della società Sukleen. In pochi giorni, tutto il paese è diventato un’enorme discarica, via via che i rifiuti si accumulavano lungo le strade. Ne sono scaturite delle dimostrazioni che accusavano il governo di negligenza. Presto migliaia di manifestanti gridavano nel centro della capitale che i politici stessi erano spazzatura, dediti a saccheggiare lo Stato a spese dei cittadini. Certi media evocavano un inizio di rivoluzione colorata paragonabile alla “Rivoluzione dei Cedri” organizzata dagli Stati Uniti dopo l’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Hariri; altri media evocavano un’estensione della “primavera araba” [1]. In definitiva, la furia popolare si è spenta poiché il sistema comunitario unico del Libano – imposto dalla Francia – vincola ciascun cittadino alla propria comunità religiosa e gli impedisce di prendere posizione sulle questioni nazionali.

Tuttavia, sette mesi più tardi, la crisi dei rifiuti non è ancora risolta. Certo, la capitale e le grandi città sono pulite, ma in molte regioni, la spazzatura si accumula diffondendo un odore nauseabondo. La persistenza e la diffusione di questo problema hanno gravi conseguenze per la salute pubblica. I virus si diffondono e quasi tutti i libanesi episodicamente s’ammalano. E tutto ciò determina anche conseguenze economiche. Di fatto, il turismo, la principale fonte di reddito ufficiale del paese è in forte calo.

La terrazza del Petit Café di Beirut, di fronte alla roccia, è vuota. I clienti del Golfo hanno disertato.
La seconda crisi è iniziata con la cancellazione della donazione saudita di 3 miliardi di dollari all’esercito libanese [2]. In realtà, questo “dono” era la rimunerazione versata all’esercito libanese per distruggere la testimonianza di Majed al-Majed, che l’esercito aveva arrestato durante il suo trasporto in ambulanza, il 26 dicembre 2015. Il famoso terrorista era il rappresentante del principe Bandar bin Sultan nel Levante. Era sospettato di conoscere personalmente tutti i politici che segretamente sostengono i jihadisti. La sua testimonianza avrebbe seriamente messo in difficoltà il regno saudita. L’uomo ebbe la buona idea di morire dopo pochi giorni di detenzione senza che la sua testimonianza dettagliata fosse registrata [3].

Per giustificare l’annullamento del suo “dono”, Riad ha evocato la reazione libanese all’esecuzione dello sceicco Nimr al-Nimr Baqr. Il 2 gennaio 2016, la petro-dittatura aveva infatti decapitato il leader della sua opposizione. Orbene, si dà il caso che questa persona fosse un religioso sciita, il che ha sollevato un’ondata di indignazione presso tutte le popolazioni sciite del mondo, incluso il Libano [4]. L’Arabia Saudita ha mobilitato i suoi alleati per far valere il proprio diritto assoluto di uccidere tra i suoi sudditi chiunque voglia, mentre il Libano se ne stava prudentemente sulla difensiva. Riad ha deciso di vedere in questo atteggiamento una forma di ingratitudine rispetto ai miliardi versati per anni a sostegno del ‘14 marzo’, ossia la coalizione dei partiti comunitari libanesi che collaboravano con Israele.

Soprattutto, Riad ha deciso di affondare l’economia libanese proibendo ai suoi sudditi di recarsi in Libano e estendendo tale divieto al Bahrein e agli Emirati. Una volta privato il Libano dei suoi turisti del Golfo, le imprese e le banche sono immediatamente entrate in recessione.

Al-Manar è l’unico mezzo di comunicazione di cui disporrebbe la resistenza libanese in caso di aggressione israeliana. Durante la guerra del 2006, Hezbollah è stato in grado di farla funzionare, nonostante i massicci bombardamenti delle forze armate israeliane. Nel caso venisse spezzata quest’antenna, solo la versione occidentale dei fatti sarebbe conosciuta.
La terza crisi è quella che riguarda Hezbollah. Questa rete di resistenza all’occupazione israeliana si è gradualmente trasformata in un partito politico e partecipa al governo. Principalmente sostenuto dalla Siria nel periodo 1982-2005, si è rivolto progressivamente all’Iran dopo la partenza dell’Esercito siriano arabo dal Libano. Nel periodo 2006-2013, riceve un notevole arsenale dalle Guardie Rivoluzionarie Iraniane. Tuttavia, a seguito dell’elezione dello sceicco Hassan Rohani in Iran, Hezbollah si sta preparando a una rottura e sviluppa proprie fonti di finanziamento appoggiandosi sulla diaspora libanese e/o sugli sciiti all’estero, principalmente in Africa e in America Latina. Dopo la firma dell’accordo 5 + 1 con l’Iran, il 14 luglio 2015, Hezbollah si impegna contro i jihadisti a fianco dell’Esercito arabo siriano, intanto che a poco a poco prende le distanze da Teheran.

Il 16 dicembre 2015, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato all’unanimità una legge che vieta alle banche di lavorare con Hezbollah o con organi legati alla resistenza libanese e mirante a tagliare la diffusione del canale televisivo Al-Manar [5]. Questo testo ne consolida un’altro risalente al 2014. Immediatamente il Tesoro ha imposto sanzioni contro Youssef Ali Sharara, amministratore delegato della società Spectrum Investment Group, accusato di partecipare al sistema di finanziamento della Resistenza [6]

. La legge statunitense è stata seguita da una risoluzione del Consiglio di cooperazione del Golfo, poi dei ministri degli Interni e degli Esteri della Lega Araba che qualificano Hezbollah come un “movimento terrorista”.

Il dispositivo è ormai completo: l’economia libanese è rovinata e il principio di Resistenza all’occupazione israeliana è assimilato al terrorismo. Il canale televisivo Al-Manar non dovrebbe più essere accessibile da NILESAT e ARABSAT, limitando considerevolmente il suo pubblico.

Due opzioni sono ora possibili per Washington e Tel Aviv: o una guerra convenzionale, come nel 2006, oppure – cosa più semplice e discreta – una guerra civile, come quella che il Libano ha conosciuto dal 1975 al 1990. L’ultimo presidente costituzionale del Libano, Emile Lahoud, fa appello a una riforma immediata della legge elettorale, in modo che il prossimo parlamento non sia rappresentativo delle comunità religiose, ma della popolazione. Questo è l’unico modo per evitare la guerra civile.

Fonte: Rete Voltaire