Tutta una giostra di io-io-io c’è stata in morte di Valentino Zeichen, poeta vero nel tempo della povertà. Un girotondo di coccodrilli, nei giornali – peggio ancora, la parata di post sui social – dove in tanti hanno fatto il racconto di quando il loro “io” conobbe Zeichen.
Zitelle sposate con la poesia, facce che sono state un rigo nei cataloghi di prestigiose collane da 20-25 copie vendute prima del macero hanno svolto il compito di prefiche ma peggio ancora, ad avvinghiarsi al volo di Zeichen, sono arrivate le signorine grandi firme dell’industria culturale, tutte in ritardo – dopo il sabba di loffia commozione – rispetto alla vera domanda: perché, fin tanto che era in vita, non vi siete accorti di questo poeta?
Non è mai stato, Zeichen – a meno che la memoria inganni – ospite a Che tempo che fa, la trasmissione di promozione del regime culturale dove pure si spaccia per poesia la gnagnarella dell’ideologicamente corretto. E a meno che sia stato invitato nello spazio caffè, non risulta che Zeichen abbia avuto un suo momento a la Repubblica delle idee, la versione alta della cuccagna di piazza degli ottimati folgorati dall’etica, non certo dall’estetica, dove – grazie al circoletto – passa per poeta perfino Roberto Benigni.
Un poeta con la sfumatura alta nel taglio dei capelli – esperto di arte militare – non poteva adattarsi al format di paideia democratica. E chissà – sempre che la memoria non tradisca – chissà se mai avrà avuto un microfono al Festival della Letteratura di Mantova, in quella specie di Parnaso dei venerandi oracoli del sussiego acculturato, chissà?
Un poeta nato nella libera città di Fiume – memoria del Carnaro, il sangue morlacco di Gabriele D’Annunzio – è ben più che un dettaglio. E’ stato cestinato anche nella selezione del Premio Strega. Abitava in una baracca. Una lamiera, il suo tetto.

Fonte: IlSole24Ore