Non è questa la prima estate di guerra dal 1945 ma è la prima in cui l’Europa si divide per i profughi. In realtà anche la fine della seconda guerra mondiale fu fittizia e non terminò a Berlino: le guerre civili continuarono per anni in Grecia, Jugoslavia, Polonia, mentre in Ucraina e negli Stati baltici i nazionalisti continuarono a combattere le truppe sovietiche fino ad anni 50 inoltrati. La gente scappava e non sempre nella giusta direzione, esattamente come avviene oggi ma in proporzioni decisamente inferiori.
Negli anni 90 i conflitti dei Balcani avevano già sospinto centinaia di migliaia di profughi fuori dall’ex Jugoslavia: ma, come disse allora Milovan Gilas, l’uomo che Tito aveva mandato a trattare con Stalin, questo era il sanguinoso capitolo di una resa dei conti ritardata della seconda guerra mondiale, quando tra il 1945 e il ’47 decine di milioni di uomini, donne, bambini, furono cacciati dai loro Paesi in una delle più colossali operazioni di pulizia etnica che la storia ricordi. Per diversi anni i campi profughi, la gente accampata per strada, i razionamenti, fecero parte del panorama europeo, dentro a un paesaggio di città distrutte, dove il tracciato delle strade si intuiva appena e i palazzi erano gusci vuoti, sventrati dalle bombe.
Così, oggi, ai nostri occhi sono apparse Aleppo, Homs, i villaggi cristiani, musulmani, drusi. Le città siriane sono diventate gusci vuoti, senza elettricità, acqua, attività economiche, dominate da bande che sotto l’etichetta di milizie islamiche, Califfati o eserciti di liberazione, impongono la legge del più forte. La Siria, dopo quattro anni di guerra e 200mila morti, è il Paese con il più alto numero di rifugiati: quattro milioni all’estero e 7,6 milioni in patria. Altri tre milioni di rifugiati sono in Iraq. Lo Yemen promette di diventare una nuova Somalia (già ospita 900mila profughi somali di una guerra ormai dimenticata), mentre la Libia è sprofondata nel caos e oltre ad avere un milione di rifugiati in Tunisia conta quasi due milioni di stranieri dell’Africa subsahariana pronti a fare il gran salto nel Canale di Sicilia.
Ma cosa fa l’Europa? Combatte una penosa battaglia di retroguardia sulle rocce di Ventimiglia, come scrivono anche Financial Times e New York Times, rimproverando per una volta i francesi e dando ragione a un’Italia assai disorganizzata ma con un residuo barlume umanitario.
La distribuzione dei profughi siriani dice tutto della miopia europea: due milioni sono in Turchia, un milione in Libia (uno ogni quattro abitanti), un altro milione in Giordania. Forse auspichiamo che se li tengano loro per sempre? E certamente proveremo qualche nervosismo durante queste vacanze quando i profughi ci guarderanno mangiare al ristorante, come già avviene sulle isole greche dove per altro pagheremo il conto non si sa ancora in quale valuta.
Il punto è questo: o si fermano le guerre e si cerca un nuovo ordine internazionale alle porte di casa o avremo altri milioni di profughi. La Russia dice che è possibile, a determinate condizioni, una via di uscita per Bashar Assad e ha invitato a discuterne il re saudita Salman a Mosca. È una strada da verificare, non ancora una soluzione, ma l’Europa e l’Occidente qualche prospettiva se la devono pur dare perché i nostri vicini sono allo stremo e hanno ancora più paura di noi.

Fonte: IlSole24Ore