Una scossa politica in Gran Bretagna, le cui conseguenze sulla vita degl’inglesi si faranno sentire a lungo.
E non solo: è in discussione, di nuovo, l’unità politica del paese, poiché la Scozia ha dimostrato nuovamente di voler andare per conto proprio. Forse fuori dalla Gran Bretagna, forse dentro, chissà, ma non più come prima. E Cameron, il grande vincitore, dovrà comunque gestire un’altra spinta centrifuga molto forte: quella degl’inglesi che con questa Europa non hanno una grande feeling. La promessa di Cameron è adesso sul tappeto. Sarà lui a poter decidere ora se indire il referendum per uscire o meno dall’Europa.

La vittoria dei conservatori è troppo grande per permettere commenti dubbiosi. L’opinione pubblica britannica non si fida più dei laburisti, punto e basta. Il giovane Miliband non ha convinto nessuno con un partito laburista “di destra”, salottiero e evanescente, come il suo leader. Peggio di Gordon Brown, che almeno aveva l’aria di un operaio. Gli elettori hanno detto, a gran voce che preferiscono una destra-destra a una sinistra che scimmiotta la destra.

Dunque Cameron, l'”americano”, governerà l’Isola, con le ricette che furono dell’ultimo laburista vincente, quel Tony Blair che aveva fatto, anche lui l”americano”, insieme a George Bush Junior. Dunque non è escluso che Cameron si ritrovi a fare copia, sul fronte conservatore, con il fratello di Bush, Jeb, possibile nuovo presidente degli Stati Uniti.

Tutto questo dice, tra l’altro, che il bipartitismo britannico” è diventato molto simile, anch’esso, a un’aquila con due ali, tutte e due di destra. Così, pare, pensano i britannici in grande maggioranza. L’unità ideologica ultra-liberista del paese è stata compattata anche con la pratica uscita di scena dei liberaldemocratici di Nick Clegg, passati da 46 seggi e 8. Fuori combattimento.

E’ vero che la legge elettorale del paese che ha insegnato la democrazia liberale al mondo intero è davvero stramba, certo tutt’altro che rispettosa della volontà popolare, se è vero com’è vero che il nuovo partito di Nick Farage, l’UKIP (United Kingdom Independent Party) — che aveva trionfato l’anno scorso nelle elezioni europee, superando labouristi e tories — si è trovato con due soli deputati a Westminster sebbene abbia ottenuto un ben più onorevole 12%. Perfino Farage ha perso il proprio seggio. Ma, in Gran Bretagna, se finisci secondo nel sistema maggioritario, non prendi nulla e torni a casa a mani vuote, alla faccia del criterio liberale secondo cui ogni persona dovrebbe contare per uno. A Londra non è così. La riprova, all’incontrario, la si ha guardando il risultato dei liberal democratici, i quali, con un crollo, pur significativo, di 15 punti percentuali, hanno subito una devastante sconfitta perdendo 38 dei 46 seggi di cui disponevano in base al voto del 2010.

Ma il colpo più grosso l’ha fatto lo Scottish National Party, il partito indipendentista scozzese che — pochi mesi dopo la sconfitta nel referendum per l’indipendenza — si è preso 56 seggi su 59 (ne aveva avuto soltanto 6 nelle ultime elezioni del 2010). La qual cosa fa pensare che, in questi mesi, la maggioranza degli scozzesi abbia cambiato idea, e che, se si rivotasse, il risultato sarebbe ora opposto. In ogni caso è evidente che la spinta indipendentista scozzese dominerà il dibattito politico in Gran Bretagna nei mesi a venire. E c’è un secondo aspetto che va rilevato e che cambierà il volto del dibattito politico anche all’interno del Labour. Che scende dappertutto in Inghilterra, cedendo il passo ai Conservatori, ma crolla totalmente in Scozia, lasciando tutto il campo agl’indipendentisti, che — sul piano della protesta sociale — hanno posizioni nettamente più a sinistra del partito laburista.

Ma, tirate le somme, sembra di poter dire che la “rivoluzione politica” in corso in Europa non è affatto terminata neanche in Inghilterra. Nonostante il successo fuori del comune dei conservatori, si colgono numerose “incrinature” nel sistema. Che costringeranno l’establishment britannico, con buona probabilità, a mutare, o correggere significativamente, il sistema elettorale. Sempre che il paese non perda un pezzo.

Fonte: Sputnik News