Fuori e dentro il concorso, il Festival di Cannes si è inaugurato ieri all’insegna del riscatto e dell’impegno, del dovere e della tenerezza. «Gli altri siamo noi» sembra dirci, e famiglia e società dovrebbero essere vasi comunicanti in grado di portare l’acqua lì dove è necessario.

A giudicare dall’accoglienza tiepida dei critici, il «messaggio» non sembra essere passato, ma il pubblico ha mostrato invece di gradire: quado si parla di infanzia abbandonata e di legami filiali ritrovati, l’applauso, come la commozione, sono di rigore.

La tête haute , di Emmanuelle Bercot, fa parte della prima categoria, i non in gara che fanno da battistrada per la competizione. Allinea Catherine Deneuve (ieri commossa sulla Croisette), che arrivò sugli schermi di Cannes minorenne e qui incarna un giudice dei minori prossimo alla pensione; Benoît Magimel, già icona di un cinema giovane e tormentato; l’esordiente Rod Paradot, convincente come se finora non avesse fatto altro che recitare. Racconta la storia di Malony, cresciuto nella miseria degli affetti, nato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato: padre andato subito via di casa, madre bambina, ex drogata e sempre scervellata. La sua è una vita fatta di solitudine, paura, risentimenti, esplosioni d’ira che lo porta via via dai centri familiari di accoglienza ai centri educativi chiusi, i Cef, a quelli che in Francia sono chiamati i Centri educativi rinforzati, i Cer. Il passo successivo, è il carcere, quello minorile e poi quello per adulti e insomma la strada sembrerebbe segnata, se a cercare di fargliela cambiare non ci fossero magistrati, educatori sociali, l’attività quotidiana e spesso sconosciuta di quei funzionari che si dannano l’anima per salvare anime colpevoli eppure innocenti.

Il tema, specie in Francia, non è nuovo e non è un caso che Emmanuelle Becrot abbia visto da bambina, in televisione, quel Cani perduti senza collare che a metà degli anni Cinquanta Jean Delanoy trasse dall’omonimo romanzo di Gilbert Cesbron, con Jean Gabin nel ruolo che, mutatis mutandis , oggi è della Deneuve. «Dopo averlo visto, avevo pensato che da grande avrei fatto quel mestiere lì, il giudice minorile», ha raccontato la regista. «E lo stesso pensiero mi è tornato in mente mentre mi documentavo sul tema andando alle udienze in tribunale. Purtroppo, intanto ero diventata troppo vecchia…».

Rispetto alle inaugurazioni degli ultimi anni, Grace , Il grande Gatsby , per citarne solo un paio, La tête haute è meno deludente, ha una sua intensità, si situa abilmente nella scia di un certo cinema transalpino, Pilat, i Dardenne, dove vite infantili e vite adulte fallite si intrecciano, si sciolgono, quasi sempre si perdono. Ciò che gli manca è il mistero, ovvero l’incertezza e la suspense, aggravato da un certo manicheismo, un eccesso di isteria e dall’uso un po’ melenso della musica di Mozart per indicare il momento della redenzione, di fronte al rap più scatenato per le scene di debauche… L’idea che l’amore sia salvifico, è certamente meritoria, ma che l’adolescente Malony scopra se stesso nella paternità, mettendo incinta un’altra minorenne come lui, appartiene più alle favole che ai drammi sociali, sia pure a lieto fine.

Altera, severa, ma capace di far trasparire la tenerezza attraverso gesti minimi e in apparenza banali, Catherine Deneuve tiene magistralmente la scena. «Per la verità, Emmanuelle mi avrebbe voluto più dura, più ferma, ma l’ho convinta che non potevo essere un gendarme, incarnare “il” poliziotto… E lei è stata bravissima a riprendere gli scambi silenziosi e il gioco degli sguardi, che è poi quello che Malony comprende meglio: vuole qualcuno che gli presti veramente attenzione, che non sia disinteressato nei suoi confronti. Pur essendo un giudice donna, il mio è il ruolo di un padre, ed è questa duplicità a renderlo ancora più interessante».

L’altro punto di forza è il sorprendente Rod Paradot, bomba d’energia e di violenza dietro un volto d’angelo che conserva però lo sguardo di un animale braccato e pronto a colpire. «È successo tutto per caso, e non sono uno che va pazzo per il cinema, esclusi i film horror. Però mi sono molto preparato». L’idea di girare con un mostro sacro e, dicono i maligni, non particolarmente accomodante come la Deneuve, non l’ha sconvolto più di tanto. «La prima volta che ci siamo incontrati – dice quest’ultima – mi ha detto: “Mia madre e mia nonna sanno tutto di lei”. Il che era gentile, ma voleva anche dire che lui invece non sapeva assolutamente chi fossi». Gli svantaggi dell’età, viene da dire. O, per altri versi, le fortune.

Fonte: Il Giornale