Il Foglio ha colto l’importanza del mutamento di attitudine del governo nei confronti del “vincolo esterno” che, se divenisse permanente, sarebbe un cambiamento epocale della politica italiana perché punterebbe a educare i cittadini a valutare e ad accettare ciò che andrebbe fatto per collocarsi nel contesto geopolitico, invece di farselo imporre dall’esterno, Europa compresa. Ho a lungo discusso con Guido Carli la fondatezza di questa politica, ma solo meditando sul tema sono pervenuto alla conclusione che il rafforzamento del vincolo esterno deciso con la firma del Trattato di Maastricht e l’adesione affrettata all’euro avrebbero comportato la trasformazione del vincolo esercitato dal mercato internazionale in uno gestito da burocrazie sovranazionali; questa è una differenza di non poco conto di cui oggi percepiamo le implicazioni per il paese. Ecco dunque alcune mie riflessioni sul tema, raccolte negli ultimi tempi, a partire da un seminario tenuto all’Università di Pisa due anni fa per il centenario per la nascita di Carli, e poi approfondite fino a oggi.
Le virtù taumaturgiche del vincolo esterno per la società italiana sono state sempre un’idea di riferimento dell’azione politica di Carli, ma non è mai stato osservato che nel corso della sua straordinaria carriera egli ha cambiato opinione su chi dovesse gestire il vincolo; o, quanto meno, ha sottovalutato la profonda differenza di un cambiamento dal vincolo esercitato dalla competizione di mercato a uno esercitato da una burocrazia, quella europea, che non ha dietro un’organizzazione di stato democratico propriamente definita. La prima applicazione di Carli del vincolo esterno fu di portare l’Italia ad aderire all’Accordo di Bretton Woods per imporre la scelta “di mercato aperto alla concorrenza” ai gruppi dirigenti dello stato e della politica usciti dal Fascismo. Nella sua “Intervista sul capitalismo” rilasciata a Eugenio Scalfari (Laterza, 1977), egli disse di condividere il giudizio dell’Economist che l’Italia fu fatta entrare “recalcitrante” nella competizione internazionale. L’impegno che egli pose per raggiungere lo scopo fu tale che egli stesso ammise privatamente che inventò statistiche capaci di porre in buona luce gli andamenti economici dell’Italia. Da ministro del Commercio estero nel governo Zoli avviò la liberalizzazione degli scambi dopo aver risolto come direttore dell’Unione europea dei pagamenti il network monetario necessario per farla ben funzionare; anche questo era da lui considerato un vincolo esterno gestito dal mercato. Con lo stesso riferimento ha guardato con favore il formarsi del mercato comune europeo, pur con qualche grossa riserva per la costruzione monetaria che si andava delineando, come tale e rispetto al più grave problema del dollaro incontrollato per usi internazionali, esaltato dallo sviluppo dell’eurodollaro che egli stesso aveva propiziato con il rideposito delle riserve in dollari che permise alle banche italiane. Il suo scetticismo sulla costruzione monetaria europea si manifestò all’atto dell’adesione al primo accordo di fluttuazione congiunta delle monete europee, noto come “serpente monetario”, trovandosi nella condizione di supplente del ministro del Tesoro Malagodi, che si stava insediando in Via XX Settembre dopo un’ennesima crisi di governo.
Di seguito il governo italiano l’approvò, forse incosciente delle conseguenze che ne sarebbero derivate; Carli riteneva che l’Italia non fosse preparata ad affrontare le conseguenze di un regime di cambi quasi fissi, ripeto anche per la presenza del dollaro libero di fluttuare dopo la decisione dell’agosto 1971. La situazione allora non è dissimile da quella odierna in cui i rapporti del dollaro con l’euro generano un cambio che non dipende dal combinato effetto della politica monetaria e delle condizioni economiche europee, ma dalla volontà dei creatori di dollari (Stati Uniti e “moltiplicatori” della moneta mondiale) e dei detentori della moneta americana (Cina e paesi che hanno le riserve ufficiali in dollari). Carli ebbe conferma della sua valutazione contraria all’aggancio della lira nel meccanismo di fluttuazione congiunta perché l’accordo monetario europeo durò poco, nonostante la Banca d’Italia avesse chiesto e ottenuto un regime di oscillazione più ampio per la nostra moneta. Fino a quel punto il vincolo esterno di Carli era gestito dal mercato. Il quesito è come mai nel 1992 egli cambiò idea accettando che il vincolo venisse gestito dalle strutture europee. La mia conoscenza dei fatti indica che ciò accadde dopo la sua esperienza da presidente della Confindustria. Nel mio saggio su “Carli in Viale dell’Astronomia” (Bollati Boringhieri, 2008) ho sostenuto che egli perse fiducia nella possibilità che i gruppi dirigenti italiani della politica e dell’economia accettassero la logica della competizione di mercato e che fosse perciò necessario tornare a un regime vincolante di cambi fissi che aveva le caratteristiche dell’accordo di Bretton Woods, ma senza la possibilità di aggiustare il cambio, sia pure in modo concordato; decise perciò di “consegnare” l’Italia all’Europa, di fatto trasformando il vincolo “di mercato” in vincolo “da Trattato” gestito da istituzioni e burocrazie di secondo livello rispetto a quelle nazionali, senza dare vita a una forma di stato vero e proprio.
Eppure posso affermare con certezza che Carli non stimava le burocrazie europee; ne è testimonianza la vicenda da me vissuta come direttore generale “mancato” per gli Affari economici della Commissione europea: ebbi infatti un conflitto sull’attribuzione delle competenze monetarie che il Commissario capo Xavier Ortoli, il quale attribuì i poteri al mio vice direttore generale di designazione tedesca, prima ancora che entrassi nell’incarico, costringendomi a rinunciare all’incarico anche su suggerimento di Carli. Nel negoziare il Trattato di Maastricht, Carli mostrò coscienza dell’impreparazione dell’Italia e non venne meno a ciò che disse nel corso del primo stand by con il Fondo monetario internazionale del 1974 rispondendo ai miei malumori sul pesante vincolo esterno che stavamo accettando: “accetto la corda al collo, ma tengo la mano ben stretta sul nodo”. Allora la mano sul nodo trovò concreta attuazione nell’idea di Antonio Fazio di porre il vincolo sul Credito totale interno che spostava l’impegno dell’Italia sul passivo del bilancio nazionale invece del consueto parametro di riferimento dell’attivo, la M2, consentendo alla politica monetaria margini di manovra in funzione dell’andamento dell’indebitamento pubblico e del saldo della bilancia valutaria (la somma dei quali forma la variabile del Cti). Il miglioramento della bilancia dei pagamenti estera consentì quell’elasticità, ossia quella “mano nel nodo” cercata da Carli nella gestione della moneta e del credito ai privati. Nella trattativa europea Carli l’individuò invece nella convergenza al 60 per cento del rapporto debito pubblico/pil senza un’indicazione dei tempi entro cui doveva realizzarsi e, per ottenerla, spese tutta la credibilità di cui godeva sul piano internazionale. La sua idea, comunque, è che l’Italia doveva entrare nell’euro fin dalla sua nascita e se il rapporto debito pubblico/pil fosse stato considerato un dato puntuale, ciò non sarebbe stato possibile. In questo caso la “mano sul nodo” sarebbe dovuta essere la convergenza verso il 60 per cento senza indicazione dei tempi; sotto la spinta di una crescita dell’indebitamento pubblico del 3 per cento – il massimo consentito di disavanzo di bilancio secondo i parametri di Maastricht che Carli condivideva – considerato un valore inferiore alla crescita nominale del pil il rapporto con il debito pubblico poteva “convergere”. Solo di seguito, governi deboli e leader, non so dire se impreparati o incoscienti, hanno accettato sia tempi di rientro dal debito deflazionistici – mai attuati né attuabili perché i debiti pubblici si rinnovano o si riducono con l’inflazione, se non si vuole dichiarare l’insolvenza – sia vincoli sul deficit di bilancio pubblico più stringenti del 3 per cento. Ciò è stato reso cogente fino all’azzeramento della percentuale accettando di sottoscrivere la direttiva 1466/97, conosciuta come accordo per il Fiscal compact, ma a quel punto Carli non era più tra noi. Le vicende successive, in parte legate alla politica fiscale europea “di austerità” e in parte ai mutamenti epocali geopolitici (in particolare l’adesione della Cina al Wto), hanno fatto cadere la crescita nominale del pil al di sotto della crescita del debito pubblico creando un circolo perverso tra parametri di Maastricht e andamenti dell’economia reale, facendo divergere e non convergere il rapporto concordato. La crisi finanziaria mondiale precipitata a fine 2008 con il fallimento della Lehman Brothers ha fatto emergere l’ulteriore contraddizione tra la situazione di crisi dei debiti sovrani dei paesi deboli come l’Italia e la mancanza previsione di chi avrebbe svolto la funzione di lender of last resort in Europa. Il resto della storia è a tutti noto.
La scomparsa di Carli nel 1993 ha eliminato una voce autorevole che si sarebbe verosimilmente pronunciata in direzione contraria all’applicazione temporalmente cadenzata della convergenza debito pubblico/pil, a maggior ragione se si intende azzerare il disavanzo dei bilanci pubblici in presenza di una condizione deflazionistica delle economie. L’Europa – e quindi l’Italia – è in mano a chi persegue gli ideali di un’unione politica desiderata da tempo quasi immemorabile (Einaudi già ne parlava dalla fine del secolo XIX), che hanno avuto un’accelerazione dopo i disastri della seconda guerra mondiale, ma che hanno perso presa nelle nuove generazioni poco sensibili alle vicende del passato e, anche perciò, inesperte. Il punto di svolta di Carli sul tipo di vincolo esterno da imporre all’Italia fu la bocciatura dello “Statuto dell’impresa” da lui proposto, che non era, come lo Statuto dei lavoratori, un elenco di diritti, ma di doveri che riguardavano l’accettazione da parte degli imprenditori della libera competizione europea e globale. Carli fu messo in minoranza dagli industriali presenti nel direttivo della Confindustria e maturò il desiderio di non essere riconfermato, la qualcosa avrebbe comunque richiesto una modifica statutaria dell’organizzazione che non aveva alcuna intenzione di chiedere. Tuttavia chiese e ottenne di divenire presidente della Confindustria europea, nella speranza di far rientrare dalla finestra ciò che era stato fatto uscire dalla porta. Ma la finestra dell’Europa non era più ampia, né percorribile della porta italiana e Carli cambiò nuovamente “base” della sua azione, accettando di impegnarsi direttamente in politica per guidare il Paese a firmare il Trattato di Maastricht. Mi piacerebbe parlare delle mie esperienze nei rapporti con gli organi comunitari fin dai primi coinvolgimenti in materia quando operavo in Banca d’Italia, per proseguire con i dettagli dell’episodio ricordato della mia “rottura” con Ortoli e il dissenso conseguente con il duo Pandolfi-Padoa Schioppa che accettarono invece la menomazione delle competenze che spettavano al Dg di designazione italiana; nonché con la disputa avuta con il Commissario Karen Van Miert nell’ambito del Consiglio europeo dei Ministri dell’Industria sul “quarto forno di Taranto” (e altre vicende) e, più tardi, con altri alti funzionari europei in qualità di direttore generale del Dipartimento delle politiche comunitarie a Palazzo Chigi.
Queste esperienze sarebbero un utile supporto alla tesi che Carli non si fidava delle burocrazie europee, le quali sono use rispondere a questo o a quel paese membro e, non di rado, sono impreparate a trattare la materia che devono giudicare con una visione di lungo periodo, geopolitica. Ma qui parlo di Guido Carli e dell’Europa, e mi attengo al tema. Ovviamente non ho da spartire il pane della verità e la mia resta un’interpretazione del perché Carli fu meno prudente nell’accettare regole europee che l’Italia non era in condizione di rispettare e più tollerante sul ruolo che avrebbe svolto la burocrazia europea: sopravalutò i vantaggi e sottovalutò i costi della perdita della nostra sovranità monetaria e del potere di regolazione dei mercati dei beni e servizi. Carli considerava l’euro la gomena a cui legare la barca italiana in balia delle onde, tesi da me non condivisa perché le onde non erano e non sono solo l’effetto dei difetti del paese, ma anche di un mercato monetario internazionale e di istituzioni europee male architettate in cui si innestano politiche economiche frutto, come disse Keynes, di idee di economisti defunti. Come io la vedo, Carli non ha tenuto presente gli effetti dell’unificazione tedesca e le derivazioni del capitalismo mondiale. Né poteva conoscere le vicende epocali seguite alla caduta del Muro di Berlino brevemente ricordate, alle quali si è aggiunta alle soglie del terzo millennio la crisi finanziaria mondiale causata da uno sviluppo incontrollato del mercato dei derivati. Sulle sue scelte monetarie europee ha dominato un principio per lui (e per me) sacrosanto: un mercato unico richiede una moneta unica per ben funzionare. Ma anche ben sapeva che dietro a una moneta debba esservi uno stato vero e proprio; nelle intenzioni dei Padri fondatori, Carli compreso, l’euro avrebbe dovuto raggiungere prima o dopo questo status. Il Regno Unito è stato chiaro in proposito, pronunciandosi in senso contrario fin dall’inizio con l’invocazione della clausola di opting out, stando fuori dall’euro; gli altri paesi hanno fatto finta di accettare le implicazioni politiche della nascita dell’euro, ma oggi molti paesi membri – a cominciare dalla Germania e, ancor prima, dalla Francia che votò contro la Costituzione di Lisbona – non vogliono muovere verso l’unione politica. La ratio dell’esistenza dell’euro è quindi minata. Come probabile nessuno metterà il piede sulla mina per farla saltare; se non hanno permesso qualche tempo fa alla piccola Cipro di recedere dall’euro, vuol dire che hanno paura che chiunque decidesse di farlo farebbe saltare il meccanismo monetario europeo. L’Italia è costretta ad accettare il costo di un meccanismo affetto da “zoppìa” – termine ripetuto da Carlo Azeglio Ciampi – seminando timori e speranze. E’ assai improbabile che la mina venga disinnescata trovando un accordo per migliorare l’architettura e le politiche europee; forse sarebbe stato possibile se al nuovo accordo potessero contribuire solo i sei paesi fondatori dell’Europa; ma non se al negoziato devono partecipare 27 nazioni di culture e ideologie diverse l’obiettivo non può essere raggiunto.
Stando così le cose il costo per paesi con i problemi dell’Italia sarà la decadenza economica e politica. L’Italia deve quindi scegliere tra accettare questo costo o pagare quello necessario per recuperare una nuova indipendenza. Timori del dopo e speranze di un domani migliore inducono all’inazione i gruppi dirigenti italiani e i cittadini seguono passivamente. Con molta probabilità Carli non avrebbe mai permesso che l’Italia rimpiombasse nel medioevo politico istituzionale e avrebbe operato con energia per cambiare un meccanismo che non funziona. Ogni ragionamento di questo tipo ci porta però fuori dalla logica della storia che non si fa con i se e il problema si riconduce perciò pragmaticamente al quesito se esiste un gruppo dirigente capace di intraprendere la strada impervia della rinegoziazione del Trattato, ma allora dobbiamo metterci d’accordo quali debbano essere le correzioni da apportare, cosa non facile; o, in caso di insuccesso, uscire dagli attuali accordi “per riprenderci le chiavi di casa”.

Fonte: Il Foglio