Il petrolio è la materia prima più importante dal punto di vista geopolitico, come confermerà il vertice di Doha qualunque sia il suo esito. Il suo prezzo è determinato più dalla politica che dai mercati. E questo nonostante l’ascesa e ora il declino dello shale oil americano. Il prezzo dell’oro nero, adesso al ribasso, segna ancora il destino di interi popoli e nazioni perché è uno strumento affilato e a doppia lama nel grande gioco delle potenze, anche oggi che appare lontana l’era degli shock petroliferi che fecero inginocchiare l’Occidente.
Il crollo dei prezzi è stato uno degli aspetti della guerra del Medio Oriente lanciata nel 2014 dai sauditi con la sovrapproduzione di oro nero per contrastare la concorrenza di produttori americani, canadesi e russi ma soprattutto per asfissiare l’economia dell’Iran, alleato di Bashar Assad in Siria, portabandiera del fronte sciita e storico rivale nel Golfo. Riad aveva intuito che Teheran andava verso un accordo sul nucleare per farsi togliere l’embargo: affossare le quotazioni del greggio è la peggiore sanzione che poteva imporre a un altro Paese petrolifero, concorrente e nemico sui campi di battaglia. Una strategia rafforzata dall’intervento di Putin a fianco del regime siriano.
Eppure la Russia, che pure paga pesantemente il calo delle quotazioni, sta traendone qualche vantaggio politico: l’Opec è divisa ma Mosca, che non ha mai fatto parte del Cartello, siede quasi stabilmente al tavolo in funzione di mediatore tra le esigenze dei sauditi e quelle degli iraniani che sono alleati dei russi. Nessuno vuole tagliare la produzione prima che lo faccia l’altro e Teheran ha già annunciato di volere estrarre a breve 4 milioni di barili al giorno e magari 6 nei prossimi anni.
Gli iraniani non vogliono rinunciare ai vantaggi della fine dell’embargo occupando quote di mercato perché sono in gioco i destini della repubblica islamica impegnata su più fronti di guerra contro i sunniti – secondo il Financial Times ha appena schierato truppe dell’esercito regolare in Siria – e che attraversa una delicata transizione interna. Il presidente Hassan Rohani, con il quale l’Italia ha firmato accordi miliardari, confida nelle intese con l’Occidente per sconfiggere i falchi del regime. L’ala dura afferma che le politiche economiche di Rohani non funzionano e i prezzi bassi del petrolio non fanno che rendere più credibili questi argomenti. Anche se i moderati hanno avuto una buona affermazione alle legislative, il crollo del greggio potrebbe mettere in forse nel 2017 la rielezione di Rohani. Gli iraniani vorrebbero attirare 150 miliardi di dollari di investimenti ma come sottolinea l’ad dell’Eni Descalzi, soltanto i tagli del Big Oil sono stati l’anno scorso di almeno 180 miliardi.
L’ordine mondiale fondato sugli alti prezzi del greggio sembra al tramonto, così come l’onnipotenza del Cartello Opec. Una cosa è certa: anche l’oro nero a buon mercato provoca degli shock e saranno forse imprevedibili. Il crollo dei prezzi è il simbolo di un sistema fuori controllo dove l’irrazionalità e la destabilizzazione possono prevalere persino sugli interessi economici.

Fonte: IlSole24Ore