C’è ancora un futuro per la Siria? La pausa nei combattimenti, che non sarà un vero e proprio cessate il fuoco forse ancora per molto tempo, può servire a una riflessione. Come ricostruire un Paese con 4 milioni e mezzo di rifugiati all’estero e più di 7 milioni di sfollati interni (su un totale di 22 milioni): un siriano su due non ha più la sua casa. La base economica e industriale è stata distrutta, il petrolio – 400mila barili al giorno prima della guerra – è stato sottratto dall’Isis, la disoccupazione è oltre il 50% e l’80% dei siriani rimasti sono in preda alla povertà.
La grande maggioranza di siriani fuggiti all’estero potrebbe non voler mai più tornare. Un interrogativo non secondario visto che il dramma dei migranti si è trasformato in una crisi profonda di solidarietà all’interno dell’Europa. Siamo sicuri che basterà finire la guerra, o una pace precaria e intermittente, per far tornare la Siria alla normalità?
L’area di Aleppo, cuore pulsante dell’economia del Paese, è in macerie: i settori del tessile, delle calzature, della meccanica, che un tempo lavoravano con Gaziantep e la Turchia, sono al collasso. Qui c’era una sorta di osmosi tra le due parti del confine: in città la lira turca circolava normalmente a fianco del dinaro siriano. Una compenetrazione di interessi, nata quando Erdogan e Bashar Assad erano amici, che aveva fatto credere al presidente turco che era possibile per Ankara una sorta di “annessione” economica del Nord della Siria. Era questa l’area dove un tempo era fiorita la speranza del rilancio di un Paese dominato da un’oligarchia affaristica monopolizzata dal clan degli Assad ma che aveva molti appoggi anche nell’élite sunnita. La famiglia alauita Makhlouf, nota per la sua corruzione, controllava trasporti, telecomunicazioni, una parte dell’industria petrolifera, progetti immobiliari, oltre a fare grandi affari con l’esercito siriano. Questo impero soffocante, legato a doppio filo ad Assad, è stato uno dei motivi della rivolta siriana.
Chi sarà in grado di comprendere le cause della rivolta siriana? Se i benefici della ricostruzione andassero a una già ricca élite interna o alle compagnie straniere le principali condizioni che hanno portato alla guerra civile rimarranno intatte. L’esempio della ricostruzione dell’Iraq è illuminante. Le politiche di liberalizzazione economica che hanno portato le società di consulenza internazionali nel processo di privatizzazione dell’industria petrolifera e di altre risorse pubbliche, hanno contribuito a un aumento della violenza e della destabilizzazione. Una lezione da non dimenticare.
La distruzione della Siria è impressionante: «Una devastazione paragonabile a quella di certe nazioni dopo la seconda guerra mondiale», scrive Jihad Yazigi, direttore di Syria Report. Tanto profonda da richiedere investimenti stellari: 200 miliardi di dollari, una cifra tre volte superiore al Pil prima della guerra civile, necessaria a ricostruire intere città rase al suolo, a ristrutturare i tesori architettonici e storici danneggiati che alimentavano il turismo archeologico, a rimettere in piedi abitazioni e infrastrutture di base, a rilanciare un’economia che secondo le Nazioni Unite ha perso 237 miliardi di dollari in 5 anni e che vede il debito estero moltiplicarsi di anno in anno.
Eppure la ricostruzione siriana, che oggi appare quasi impossibile, già attira la comunità internazionale, la stessa che ha infiammato la guerra e che oggi dice di volere trovare una soluzione a una conflitto che è stato largamente una guerra per procura tra il mondo sunnita e quello sciita, cioè contro l’influenza crescente dell’Iran.
Mosca, ovviamente, vista da molti come la risolutrice del conflitto, è in prima fila. La Russia di Putin ha consistenti interessi sul tavolo: l’accesso diretto al Mediterraneo, un ruolo nella gestione delle risorse energetiche e il business della ricostruzione. Un elemento da tenere presente anche nella ripresa dei negoziati a Vienna. Il presidente Assad ha assicurato all’alleato che a rimettere in piedi un paese disastrato saranno le compagnie russe e che queste riceveranno i migliori contratti e la gestione delle ricchezze energetiche del paese.
Ecco un altro dei motivi non secondari per cui la permanenza al potere di Assad e del suo clan è osteggiata dagli Stati Uniti e dalle potenze sunnite, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, gli sponsor delle milizie islamiche.
Ma da ricostruire non ci sono solo palazzi e infrastrutture: ci sono da restaurare rapporti sociali fatti a pezzi dai settarismi esplosi con la guerra civile. C’è da salvare soprattutto un’intera generazione di giovani siriani. Più di 2 milioni di bambini ha dovuto interrompere gli studi mentre almeno un altro mezzo milione è a rischio. Una scuola su quattro è stata distrutta e oltre 50mila insegnanti hanno perso il lavoro. Il tasso di iscrizione alla scuola primaria, superiore al 93% prima della guerra, è crollato al 62 per cento. Il premio Nobel per la pace la pakistana Malala Yousafzai, alla conferenza dei paesi donatori della Siria tenuta qualche settimana fa a Londra, ha invitato la comunità internazionale a «mettere i bambini nelle condizioni di ricostruire la Siria: molti hanno iniziato a chiamarli la generazione perduta ma è sbagliato: saranno persi solo se sceglierete di rinunciare a loro». E perdere questa generazione è un costo che l’Europa non può permettersi.

Fonte: IlSole24Ore