I simboli, in positivo e in negativo, raccontano chi siamo e infatti l’idea di un’Europa incarnata da Bruxelles spiega la nostra non-identità continentale più di mille pagine di storia.

Nel piangere i trentaquattro morti e i quasi duecento feriti degli attentati-kamikaze di ieri, sparsi fra l’aeroporto e il metrò cittadini, ci si accorge che lì dove non si conosce e non ci si emoziona per la bandiera nazionale di uno Stato che per definizione nacque neutrale, ancora più non ci si identifica con il vessillo continentale di un’unità che si volle d’affari, ma non di cuore, gigante dai piedi d’argilla.Un secolo e mezzo fa, Charles Baudelaire aveva già capito che cosa «il Belgio-Universo» avrebbe in seguito rappresentato, il suo conformismo come religione suprema, la sua smania dell’imitazione portata al parossismo.

Bruxelles, indicando la parte per il tutto, era «la capitale delle scimmie», la città dove «si pensa in bande, si ride in bande, ci si diverte in bande. I Belgi formano un’associazione per trovare un’opinione. Così non ci sono persone che provino maggiore stupore o disprezzo per quelli la cui opinione non è conforme alla loro. Dunque, qualsiasi dissidente è in malafede». E ancora: «In Francia la libertà è limitata dalla paura dei governi. In Belgio è soppressa dalla stupidità nazionale. La libertà è un oggetto di lusso, come la virtù. Quando il Belga è ben sazio, di cos’altro ha bisogno? Glorificazione del successo. Avarizia generale. Grandi patrimoni. Nessuna carità».Un secolo e mezzo dopo, la parte per il tutto non rappresenta più una nazione che ha sempre fatto fatica a vedersi come tale, ma un continente che finge d’essere unito in virtù di una semplice somma algebrica: più siamo, più contiamo. Che così non sia, è talmente elementare da non doverci perdere tempo per confutarlo, eppure la retorica unitaria, cementata dal conformismo di cui sopra, la scimmiesca sindrome mimetica che già aveva colpito il poeta dei Fiori del male, continua a espandersi come una sostanza vischiosa e quasi insopprimibile. «Definire il carattere belga è difficile quanto classificare il Belga nella scala degli esseri. Esso è scimmia, ma è mollusco. Una storditezza straordinaria, una pesantezza singolare. È facile opprimerlo, come lo prova la storia, quasi impossibile schiacciarlo».

Centocinquant’anni dopo, il Belgio-Europa, scimmia-mollusco, oppone la sua sostanza spugnosa ai colpi dell’Isis, e non sarà con l’albagia intellettuale con cui si definiscono «quattro straccia-culi» quelli che gli si contrappongono, che si uscirà dall’impasse tragica in cui si è precipitati. Perché poi, naturalmente, non si tratta qui di una guerra di religione pura e semplice, ma di qualcosa di completamente diverso, più sottile e più profondo: è un qualcosa che concerne la ragion d’essere di una civiltà, il perché di uno stare insieme, i miti, i riti, le tradizioni che di esso fanno parte.Diceva Ernest Renan che l’esistenza di una nazione era «un plebiscito quotidiano»: comportava l’avere delle glorie comuni nel passato, una volontà comune nel presente, aver fatto grandi cose insieme, volerne fare ancora…

Nel suo voler sublimare le nazioni in un tutt’uno armonico e conseguenziale, l’Europa per come noi la stiamo conoscendo si è disfatta del passato, pattina sul presente, non mostra alcun interesse per il suo futuro. Il suo essere a trazione tedesca la immiserisce, il suo non volersi vedere come entità politico-diplomatico-militare la condanna alla sterilità. La Sparta del mondo antico aveva per inno «Siamo ciò che foste. Saremo ciò che siete», ma il Vecchio continente non conosce più le canzoni che nella diversità fecero grande la sua storia e nemmeno la nostalgia è più quella di un tempo. Si punta a un indefinibile domani pur di non dover fare i conti con il proprio ieri.Così, di fronte a questi poveri morti innocenti di Bruxelles, l’Europa che non c’è celebra il proprio cordoglio abbrunando le bandiere nazionali che nell’ultimo mezzo secolo erano state neglette, perché ritenute corresponsabili di orrori, oppure affidandosi a un vessillo sovranazionale, lo sventolio del quale rimanda solo retorica, meschino profitto, nessuna grandezza. Per essere sfuggita a ogni logica di popolo, per aver voluto blindare in nome dell’oligarchia economica qualsiasi critica e/o opposizione, si è andato costruendo nel tempo un qualcosa che al cittadinoelettore sfugge emotivamente e razionalmente: si misura la taglia media accettabile delle banane continentali, ma non si dice nulla sul terreno ideale in cui dovrebbero crescere.

Si gioca, ed è un giocare col fuoco, sulle velleità, i rancori e le debolezze nazionali, nell’illusione che la paura di rompere una forzosa alleanza economica sia sufficiente a tenerle a bada. Ci si appoggia ad alleati extraeuropei, compiacenti perché ben pagati, per tenere il più possibile lontano il contagio internazionale dell’immigrazione, ma lo si fa con il cinismo di chi come carta di riserva ha quella di fare della parte più debole del continente un gigantesco campo profughi che possa domani servire da mano d’opera a basso prezzo. Non avendo una politica, l’Europa che stiamo conoscendo si avvia alla sua terza guerra civile in poco più di un secolo. È il tramonto dell’Occidente, ma senza più bandiere.

Fonte: Il Giornale