«Meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora» è una frase di Mussolini che però non è di Mussolini.

Faceva parte del repertorio, più o meno anonimo, della Grande guerra nei giorni tragici di Caporetto, assieme a un’altra che recitava: «Eroi. O il Piave o tutti accoppati»… Nel 1928, in un discorso commemorativo in morte del maresciallo Diaz, «il Duca della Vittoria», «l’eroe di Vittorio Veneto», il Duce la recuperò e la fece poi incidere sulle monete da venti e da cento lire.

Mezzo secolo fa, in un numero speciale della rivista La Destra, Giuseppe Prezzolini fece una puntuale ricostruzione dello stile oratorio del capo del fascismo, un procedere quasi per terzine, sincopato ed evocativo, costruito con la logica delle assonanze e con la strozzatura delle chiuse. Prima di essere un politico, il Duce era stato uno straordinario giornalista, probabilmente il migliore della sua generazione e un modello per quelle a seguire. Chi oggi riprenda fra le mani il suo Diario della Prima guerra mondiale (il Giornale lo sta ripubblicando in ristampa anastatica), allora scritto e pubblicato sul tamburo, se ne renderà facilmente conto.

Quando poi negli anni Venti cominciarono a spuntare i vari Longanesi, Malaparte, Maccari e poi via via i Montanelli, Pannunzio, Flaiano, eccetera, si vedrà che provenivano tutti da lì, era quello l’imprinting: il periodare secco, il gusto della battuta, lo sprezzo ironico, la retorica dell’antiretorica. Fra le tanti frasi che Mussolini riutilizzò, rielaborò o coniò ex novo, questa di cui stiamo parlando sbiadì nei tragici giorni di Dongo, una fuga sotto mentite spoglie, una sbrigativa esecuzione, la «macelleria messicana» (il copyright è di Ferruccio Parri) di Piazzale Loreto. Senza rassegnarsi a essere completamente pecora, aveva cercato di sospendere il suo sentirsi leone e, come ogni essere umano, aveva cercato un impossibile, visto i tempi, compromesso. In momenti più felici aveva detto che «governare gli italiani non è impossibile, è inutile», dimostrando così di averli capiti perfettamente. Ma era un italiano anche lui e infatti ne incarnò al meglio il loro peggio. E viceversa.

Fonte: Il Giornale