Leo Longanesi era un nano triste e cattivo seduto sulle spalle della sua gigantesca destrezza. E da quell’altezza, bravo come nessuno, guardava giù giù fino alla buca degli inferi: per riderci sopra, sputacchiarci un poco, annoiarsi il giusto. In quella buca c’era e c’è ancora l’Italietta che a guardarla ci fa male all’autostima, e toglie il buonumore proprio mentre ci strappa solenni risate antropofaghe. Ma non dovevo dirvi io chi fosse Longanesi, perché tutti lo sappiamo – avendo finto almeno una volta d’averne letto più di qualcosa, orecchiato un aforisma (per lo più apocrifo), rubacchiato una metafora, richiamato alla mente una foto opaca.

Ora succede che Pietrangelo Buttafuoco, su commissione festante (70 anni di vita) dell’omonima casa editrice, questo Longanesi, “Il mio Longanesi”, ha deciso di portarselo in trionfo per 251 pagine di epitome parziale per quanto esemplare preceduta da un degno ritratto buttafuochesco. Non fosse che tra il ravennate Leo L. e il catanese Pietrangelo B. c’è di mezzo una generazione (ma che generazione…), li diremmo fratelli e della stessa latitudine, usciti dalla medesima avanguardia, devoti a quella strapaesanità presto ecceduta da un rango e da uno stile superiori, epperò mai abbandonata: amata e tradita e riamata infine d’un amore lontano. Laddove lo strapaese, ovvio, è l’Italia: “Metà acqua santa e metà acqua potabile”, dunque cattolica ma d’un cattolicesimo troppo adulto per non risultare sfinito, traforato da uno sguardo consapevole di nostalgia. E infatti – visto che ogni fine è solo una variazione degli inizi – qui è bene espungere dapprima la conclusione del Longanesi tagliato e ricucito da Buttafuoco: “Penso ai vecchi santi di gesso delle povere chiese di Lugo, ai vecchi preti che leggono ancora l’Iliade, ai vecchi socialisti che attendono il ‘gran giorno’, rivedo le vecchie lapidi sbrecciate che nessuno legge più.

Se cerco l’Italia io la ritrovo soltanto là, nelle vie di Lugo: forse l’Italia è soltanto un ricordo dell’infanzia, un sentimento legato a vecchie cose, a uomini seppelliti, a idee ricevute: forse la patria è rimasta fra quei vecchi muri, fra le botti muschiose della Cantina Sociale, con le illusioni di un tempo, con le voci dei grigi cortili; forse la patria è rimasta attaccata al naso violetto della zia Iride” (Il destino ha cambiato cavallo). Trovatemi, qui, qualcosa di consolatorio e mi leverò di torno… E dire che Buttaf lo trova moderno, Longanesi, nel tratto giornalistico e nell’invenzione narrativa, nella scrittura e nell’immaginifica capacità di pittore, regista incompiuto ma superbo sceneggiatore d’un neorealismo mondano senza mai essere di moda: insomma un artista “che sa anche quello che non sa” (Alberto Savinio) e dunque “appartiene alla stretta cerchia degli italiani assoluti” (Buttafuoco). E il bello è che Pietrangelo, “cresciuto a pane e Longanesi”, ha ragione. Temerario com’è, si lancia con lui nella Recherche dell’Italia perduta e dell’italianuccio eterno, quel borghese che è l’alfa e l’omega d’ogni vano sforzo antropologico. Perché, come ha ben colto Marcello Sorgi sulla Stampa, l’obiettivo longanesian-buttafuochesco è sviscerare “l’assoluta insufficienza, per non dire l’inconsistenza, della borghesia italiana di qualsiasi epoca e di qualsiasi ordine e grado – piccola, media o grande –, di fronte ai compiti che le competono e che gran parte delle borghesie del mondo sono in grado di svolgere decentemente o con qualche limite, ma mai precipitando tanto spesso nel ridicolo com’è accaduto e continua ad accadere alla nostra”.

Ecco allora Longanesi, fascista per casi suoi, e cioè di sguincio, energico quanto apatico e derisorio; post fascista per lugubre necessità biografica (“chi perde paga”), reazionario per genotipo (“stai coi poveri, ma tieni la destra”), borghese minuto e straziato per virtù acquisita dal proprio “decoro civile” sempre in armi contro il “falso decoro”: quello smisurato nell’allucinazione di grandezza instillata dal fascismo; quello più meschino ancora dei commendatori del Dopoguerra, il “nuovo borghese… intimamente ed eternamente incapace di ricchezza”, il “cauto borghese” costretto a fare l’americano che gareggia con i suoi simili in un campionario di luoghi comuni fra i quali corre “una differenza di zeri, fra gente che vale zero”; e infine il falso decoro della borghesia impegnata – “E’ venuta, sì, Anna Magnani a giocare un ruolo popolaresco di sanculotta, ma i suoi modi sono borghesi, la sua volgarità è snobismo borghese di via Veneto. Tuttavia, la moda proletaria vive il suo gran momento e la borghesia ne accetta lo stile” – degna progenie dell’antifascismo intellettuale germinato nelle aiuole sfiorite del Ventennio: “La maggior preoccupazione degli antifascisti è quella di non allargare la propria cerchia, per timore che altri possano dire o fare qualcosa a cui essi non hanno pensato; e custodiscono i loro meschini sogni di vendetta con l’astio e il moralismo delle vecchie zitelle contro le giovani spose”.

Disperante bozzetto che trasuda odiosi paradossi di buon senso, il risultato di questa seduta spiritica longanesiana si può condensare in un volto, in una figura divenuta retorica suo malgrado e sulla pelle nostra: Badoglio, il maresciallo dell’indolenza e della viltà, del tradimento e della fuga, della finzione e dell’incoscienza; l’uomo (?) che causò Caporetto, deambulò sconfitto per l’Africa, ritornò in voga una volta destituito Mussolini ma si perse l’appuntamento con gli Alleati per definire l’armistizio (“russa in letto come un ghiro”) e non fu capace d’ascoltare il messaggio in codice su Radio Londra per annunciarlo, l’armistizio: stava pranzando; l’uomo (?) che poi scapperà infreddolito assieme al principe Umberto e si farà dare il suo cappotto ma “dopo qualche istante, di nascosto, si rimbocca le maniche per nascondere i galloni”. Un uomo (?), insomma, che è sopra tutto la divisa perenne dell’insolente orgoglio provinciale italiano indossato dai Badogli tascabili contemporanei d’ogni ordine e grado e statura (in genere piccola piccola ma assai compresa di sé, e manco a dirlo del tutto priva della gigantesca destrezza longanesiana). Il cinismo ludico, quel tocco di poena ridens che il sadico Buttafuoco ha voluto condividere con il suo atrabiliare vagabondo delle stalle, imporrebbe qui di aggiungere all’inventario l’epigono Montanelli e i sedicenti montanelliani, ma non c’è più spazio né voglia: si sono trangugiati anche quelli, sulla tavola delle coscienze paracule imbolsite di stracciona sazietà.

Fonte: Il Foglio