Matteo Renzi non smette mai di omaggiare il maestro Berlusconi. Anche nelle gaffe. Ecco un best of delle figuracce renziane. Sarebbero molte di più, ma lo spazio è come Renzi: tiranno.

Schulz può attendere.
A margine dell’incontro bilaterale a Strasburgo, Renzi fa più volte attendere Schultz per concedersi ai selfie: “Vai, chi ci fa la foto? Vai Martin, vieni anche tu con noi”. Neanche fosse al bar di Rignano.

Umanisti si nasce.
Scarabocchiando alla lavagna come un maestro Manzi per sempre ripetente, scrive: “Cultura umanista”. Sarebbe “umanistica”, ma pazienza.

Quel suo cappotto fino.
Incontrando la Merkel, che chiama “Angela” neanche fosse sua sorella, si presenta indossando un cappottone risalente alla Prima Guerra Mondiale. Non contento di ciò, sbaglia pure ad abbottonarlo.

Maniglioni dell’amore.
Durante lo streaming con Di Maio, si piazza a favor di telecamera esibendo la camicia bianca e regalando un parossismo di adipe. Lo staff, via smartphone, gli ordina di rimettersi la giacca. Mesi dopo, forse per donare buonumore ai soldati in Afghanistan, si presenta vestito da involtino in tuta mimetica. Immagini che resteranno.

Spezzeremo le reni all’Istria.
Nel salotto di Vespa regala perle di storia: “Nel 700, 800 e 900 si occupavano militarmente altri stati. Noi ci prendevamo l’Istria, Nizza e la Savoia”. Quando Vespa osa correggerlo, Renzi sbotta: “Vabbè, non stiamo lì a fare i precisini”. Sempre da Vespa ammette: “Noi siamo quelli che abbiamo alzato le tasse”. Alè.

Eni segreta.
A Otto e Mezzo dichiara: “L’Eni è un pezzo fondamentale dei nostri servizi segreti”. Anche questa, però, più che una gaffe pare un lapsus freudiano.

Cinguettii ingrati.
Renzi ama Twitter ma Twitter non ama lui. Scrive “Republica” con una “b”, aggiunge una “s” alla parola “leader”. Un’ecatombe. Poi: “Al Cern di Ginevra, l’Europa che ci piace, l’Europa che funziona”. La Meloni lo crivella così: “Ci stai dicendo che l’Europa che funziona è quella fuori da Ue e Euro? O è solo un epic fail?”. La seconda, grazie.

Dante chi?
Citando Dante a Strasburgo, sentenzia: “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Sarebbe “canoscenza”, ma “non stiamo qui a fare i precisini”.

Una gobba a Nairobi.
Credendo di dover andare in trincea e non a un incontro diplomatico, si presenta a Nairobi con un giubbotto antiproiettili che fuoriesce vistosamente dalla giacca, creando un caso diplomatico e più che altro un’allegra gobba andreottiana. Bei momenti.

Il Devid di Maichelangelo.
Incontrando Netanyahu, allude alla bellezza del “Devid di Maichelangelo”. Poi, fuorionda, si dilunga sul fascino della Joconda di Leonardo do Nascimento de Araujo (oltre che da Vinci).

Shish Is The Word.
Durante un epifanico intervento al Digital Venice, sciorina un monologo lisergico in inglese. Ogni tanto rivolge lo sguardo verso l’alto, tipo Verdone o tipo cernia. “Shish”, “Bikosa”, “Destracciar”, “Ukrai”: parole forti.

Il picchetto di Barack.
Incontrando Obama, scrive sul guestbook della Casa Bianca “goverment” invece di “government” e “United States” senza “the” davanti. Il meglio però lo ha dato poco prima. Prima si posiziona nel punto sbagliato, frapponendosi tra picchetto e ospite d’onore. Poi, quando parte la musica, si incammina con passo da bombolone infortunato. Quindi, invece di rivolgersi ai militari nel saluto d’ordinanza, stringe la mano a Obama. Idolo.

Il Bomba.
Renzi ama bullarsi. Tipo: “L’Iran? Vigilo io” (auguri, vai); “Tutti mi vogliono come mediatore” (può essere, ma non si sa per mediare cosa: forse la sagra dei baccelli a Cincelli). Oppure: “Scusate il ritardo, ma ho passato la notte a salvare l’Europa”. Poi è arrivata l’ambulanza, e per prima cosa gli ha tolto il pigiamino di Superman che indossava.

Fonte: Il Fatto Quotidiano