La svolta autoritaria di Erdogan complica i rapporti con l’Europa: la Turchia entra in una nuova era in cui il dominio assoluto del presidente si sta consolidando a spese della democrazia. Lo dimostra il voto all’Assemblea nazionale con cui è stata tolta l’immunità parlamentare ai deputati sotto inchiesta. Questo significa che il partito curdo Hdp verrà decimato perché molti suoi esponenti sono accusati di avere rapporti con il Pkk. Rischia di essere spazzata via buona parte dell’opposizione per spianare la strada alla riforma costituzionale in senso presidenziale voluta da Erdogan per controllare, come ha affermato, il partito Akp, il governo, la magistratura, le forze di sicurezza. La separazione dei poteri non è contemplata. Chi avanza dubbi viene eliminato: l’ex premier Davutoglu è stato sostituito dall’ancora più malleabile Binali Yildirim, il quale ha promesso solennemente che lavorerà «in piena sintonia» con il presidente, che secondo la costituzione in vigore non ha poteri esecutivi.
Persino il cancelliere Angela Merkel, che il Financial Times definisce “acquiescente” nei confronti delle derive autoritarie del presidente turco, ha criticato attraverso il suo portavoce l’abolizione dell’immunità: con queste solide preoccupazioni lunedì incontrerà Erdogan ai margini del vertice umanitario mondiale di Istanbul. Mentre i ministri europei tirano letteralmente il freno all’esenzione dei visti ai turchi – inclusa nell’accordo sui migranti – si intuisce sempre più chiaramente che la Turchia non è solo la soluzione ma parte del problema.
Se ne accorgeranno anche i mercati, con lira e Borsa sotto pressione, se Erdogan farà fuori lo zar dell’Economia Mehmet Simsek, ex “strategist” della Merrill Lynch, che non sarà più lì a trattenere il presidente nei suoi attacchi alla “lobby dei tassi di interesse”.
Come si è arrivati a questo punto? Anche con la complicità della stessa Europa, o per lo meno di alcuni degli stati-guida, in particolare Francia e Germania che tenendo per anni la Turchia nella sala d’aspetto l’hanno regalata a Erdogan e agli islamisti che sanno fare leva anche sui tenaci sentimenti iper-nazionalisti del Paese.
Ma non basta. Negli anni della guerra siriana, la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno ambiguamente lasciato che Erdogan, pur di far fuori Assad, aprisse l’”autostrada della Jihad” facendo affluire migliaia di combattenti dal suo confine. Sarà difficile negare alla Turchia, che accoglie 2,5 milioni profughi siriani, di varcare la frontiera per insediare una sua “fascia di sicurezza”, destinata più che a combattere l’Isis a contenere l’ascesa dei curdi siriani, i veri nemici del Califfato, che Ankara non vuole assolutamente vedere al tavolo dei negoziati dell’Onu.
A questo membro storico della Nato, che fronteggia oltre ad Assad anche la Russia, è stato riassegnato dall’Occidente, in maniera surrettizia, il ruolo di avamposto bellico dell’Alleanza che sembrava venuto meno con la fine della guerra fredda. Non a caso ha lungamente negoziato con gli Usa la concessione della base di Incirlik in cambio di una nuova guerra contro il Pkk curdo: Erdogan, in un certo senso, è il “gemello” di Putin. E i governi dell’Akp ne approfittano per fare quello che vogliono, forti del consenso di una maggioranza conservatrice e tradizionalista.
Di fronte a questi dati strategici, l’Unione non ha trovato di meglio di un’intesa con Ankara sui profughi che consegna a Erdogan una potente leva per rafforzare il suo potere. Un accordo che peraltro il presidente è disposto a stracciare se la Ue insisterà nel richiedere alla Turchia di cambiare le leggi anti-terrorismo. Questa è una posizione da prendere sul serio, a meno che gli europei non siano disposti ad affrontare una nuova ondata di rifugiati. Ma questo succede quando si fanno guerre per procura in Medio Oriente affidandole ad alleati come Erdogan con ambizioni, mai represse, da autocrate: un copione già scritto e da correggere

Fonte: IlSole24Ore