Come ai tempi dell’impero ottomano il Sultano silura il Gran Vizir senza cerimonie o passaggi parlamentari. Ma le dimissioni del premier turco Ahmet Davutoglu, un fedelissimo che aveva tollerato la repressione di Gezi Park e gli scandali di corruzione, sono viscide e scivolose come le frasi di circostanza pronunciate dai protagonisti. Si fanno reciproche dichiarazioni di stima ma il loro rapporto è finito per una brutale realtà: il primo ministro non era d’accordo con la riforma costituzionale in senso presidenziale voluta da Erdogan. Se ne occupavano due uffici, uno della presidenza, l’altro del premier, e i risultati sono stati inconciliabili. «Ricordati perché sei arrivato qui», gli ha detto crudamente Erdogan spingendolo alla porta. E lui si è docilmente arreso a un presidente che ha come obiettivo di instaurare una sorta di autocrazia. Erdogan non dovrebbe avere difficoltà a trovare un sostituto ancora più flessibile di questo professore di scienze politiche asceso alle cronache quando il suo méntore lo aveva chiamato alla carica di ministro degli Esteri. Era il maggio del 2009: Davutoglu si era distinto come autore di “Profondità Strategica” (Sratejik Derilink), un libro che esponeva le sue idee di politica estera ma che in alcune parti come quella dedicata al Medio Oriente appariva cervellotico e incomprensibile. Più chiaro lo slogan che lo ha reso celebre nelle cancellerie internazionali: «Nessun problema con i vicini». Lontano dal kemalismo e dal laicismo quanto il suo capo, Davutogolu ha fatto della componente religiosa e neo-ottomana un cardine della politica estera, appoggiando insieme a Erdogan i movimenti delle primavere arabe legati ai Fratelli Musulmani e coltivando rapporti stretti con il capo palestinese di Hamas, Khaled Meshal.

Ha così rotto con l’Egitto quando Morsi è stato sbalzato dal golpe del generale Al Sisi, si è ritrovato in rotta con Israele dopo l’episodio della Mavi Marmara e in guerra con Assad quando è esplosa la rivolta in Siria. In poche parole Erdogan e il suo scudiero hanno avuto problemi con tutti, vicini e alleati. Ma soprattutto Davutoglu ha sostenuto Erdogan nell’iniziativa, appoggiata da qatarini e sauditi, con la complicità dell’ex segretario di Stato Hillary Clinton e di nazioni europee come la Francia, di aprire l’”autostrada della Jihad”, con l’afflusso di combattenti islamici da tutto il mondo musulmano che avrebbero dovuto abbattere Assad. L’ascesa dell’Isis sembrava facilitare l’obiettivo ma in realtà l’ha reso più complicato nel momento in cui è cominciato il terrorismo. La Turchia della coppia Erdogan-Davutoglu ne ha comunque approfittato per bombardare curdi siriani e del Pkk, lanciando offensive indiscriminate contro i civili. Ma la guerra ha cambiato direzione con l’intervento di Putin e lo scontro seguito all’abbattimento di un caccia russo. In realtà la lotta all’Isis è diventata sempre di più lo strumento di una politica di potenza per la spartizione in zone di influenza, sia nel Siraq che in Libia. Il vero successo del vizir Davutoglu è stato il negoziato con l’Europa: in cambio di migliaia di profughi, oltre 70 milioni di turchi sono a un passo dall’ottenere un passaporto Schengen. Ma i problemi della Turchia restano tutti: un conflitto esterno con la Siria e la Russia, in cui è coinvolto direttamente anche l’Iran, uno interno con i curdi e la forte contrapposizione tra una Turchia a maggioranza conservatrice e una secolarista, di cui fanno e le spese i diritti di libertà e informazione.

Fonte: Il Sole 24 Ore