Quando Donald John Trump, nel dicembre scorso ai primi passi di quella che sarebbe diventata una cavalcata politica di imprevedibile successo, propose di impedire l’accesso negli Usa ai musulmani, le reazioni dei non americani furono quasi unanimi, concentrate in un punto tra il dileggio e il disprezzo. Le cose si fanno più complicate, però, se osserviamo la questione da un punto di vista americano.

Trump disse allora, in sostanza, che molti musulmani simpatizzano con i terroristi e che un blocco, anche se temporaneo, degli ingressi dei musulmani non cittadini degli Usa era quindi necessario. Una posizione popolare? Dipende.

I musulmani, negli Stati Uniti, sono circa 3,3 milioni (su 322 milioni di americani) e i demografi del Pew Research Center di Washington stimano che saranno circa il doppio nel 2050. Sono, tanto per fare un confronto, molti meno degli ebrei (5,7 milioni) e un po’ di più degli hindù (2,1 milioni). Quanto all’immigrazione, i musulmani rappresentano circa il 10% dei migranti che entrano legalmente negli Stati Uniti.

Numeri piccoli, che forse contribuiscono a spiegare certe reazioni. Secondo un sondaggio Washington Post-Abc, il 60% degli americani pensa che la proposta di Trump sia sbagliata (36% giusta, 4% non so), il 54% che l’islam sia una religione di pace (28% incoraggia la violenza, 17% non so) e il 73% che i musulmani negli Usa siano discriminati a causa della loro religione (22% no, 5% non so). Esito analogo in un altro sondaggio, realizzato da Nbc-Wall Street Journal: il 57% degli americani boccia il “blocco Trump” (25% lo appoggia, il 18% non sa).

La prospettiva cambia, però, se si scompongono i dati per appartenenza politica. Il primo sondaggio (Washington Post-Abc) scopre che il 59% degli elettori repubblicani approva l’idea di Trump, insieme con il 38% degli indipendenti. Il secondo sondaggio (Nbc-Wall Street Journal) mostra dati mitigati ma dello stesso orientamento: il 42% degli elettori repubblicani è a favore del blocco agli ingressi dei musulmani (36% contrario, 22% non sa).

Da qui due conclusioni. La prima è che Trump ha toccato, in modo assurdo (gli esperti concordano sul fatto che il bando ai musulmani sarebbe comunque inapplicabile) ma efficace, una corda sensibile del suo elettorato di riferimento. E questo perché (seconda conclusione) i temi della politica estera “pesano” più del solito in una campagna elettorale che, rispetto a quelle passate, è un po’ meno all’insegna del motto “it’s the economy, stupid”.

Giusto o sbagliato che sia, il terrorismo islamico è ai primi posti nelle graduatorie di preoccupazione dei cittadini americani. E non è certo un caso se proprio all’inizio del 2016 è arrivata al 35% la quota di coloro che vorrebbero un aumento delle spese per la Difesa, ovvero il 12% in più di quanto si verificava nel 2013. Questo 35% è il massimo raggiunto dall’ottobre 2001, un mese dopo gli attentati delle Torri Gemelle, quando la voglia di aumentare le spese per la Difesa raggiunse il 50%.

Il 61% degli elettori repubblicani, in particolare, vorrebbe aumentare i finanziamenti alle forze armate e alle agenzie di intelligence, percentuale che sale addirittura al 66% tra i simpatizzanti di Trump. Sempre tra i repubblicani, il 74% dei potenziali elettori pensa (ancora dati del Pew Research Center) che l’America stia facendo troppo poco per combattere l’Isis e, quindi, per ridurre il pericolo rappresentato dall’islamismo armato.

Il vero paradosso, quindi, non sta nelle posizioni di Trump (perfettamente centrate sulla “pancia” del suo bacino elettorale) ma nel rapporto degli Usa con il resto del mondo. Perché questo “mamma li turchi!” americano si scatena proprio mentre altrove l’ostilità nei confronti degli Usa sembra diminuire. Cala in Palestina, dove gli antiamericani erano il 98% nel 2003 e sono l’80% adesso, in Turchia (dall’83% del 2003 al 58% attuale), in Pakistan (dal 73% del 2011 al 62%). E in Paesi come Nigeria (che ospita la quinta popolazione islamica del mondo), Indonesia (prima popolazione islamica del mondo) e Bangladesh (quarta popolazione islamica del mondo) la maggioranza dei cittadini guarda agli Usa con favore, se non con simpatia. È come se gli americani fossero chiamati a giudicare il mondo sapendone assai poco. Il che, forse, spiega il successo di Trump meglio di tante altre considerazioni.

Fonte: MicroMega