La stampa internazionale sta cercando di convincerci che gli elettori di Donald Trump abbiano espresso una rivolta di Piccoli Bianchi di fronte alle élites. In realtà sta solo prolungando il discorso di Hillary Clinton che proprio questi elettori hanno respinto. Si rifiuta di prendere in considerazione il fatto che l’attuale divisione non abbia alcuna relazione con i temi che ha trattato durante questa campagna. Eppure abbiamo visto tutti una nuova linea di faglia apparire non tanto tra i due maggiori partiti, quanto al loro interno. Molti leader repubblicani hanno sostenuto Clinton e alcuni leader democratici Trump. Bernie Sanders gli ha appena proposto lui stesso i suoi servigi. Allo stesso modo, l’analisi dei voti in funzione delle appartenenze comunitarie (donne, ispanici, neri, musulmani, gay, ecc.) non ha più significato. Benché ci venisse ribadito che votare per Trump equivaleva a votare per l’odio delle minoranze, almeno un terzo degli appartenenti alle minoranze ha votato per lui. Alcuni giornalisti cercano di appoggiarsi sul precedente del Brexit, anche se ne erano stati identicamente sorpresi e incapaci di spiegarlo. Se lo si dovesse analizzare in funzione dei precedenti stranieri, dovremmo almeno considerare l’elezione a sorpresa di Narendra Modi in India e di Rodrigo Duterte nelle Filippine (un’ex colonia statunitense). 

Nonostante la propaganda, i britannici non hanno votato contro gli europei, né gli indiani contro i musulmani né i filippini contro i cinesi. Piuttosto, ciascuno di questi tre popoli cerca di salvare la propria cultura e di vivere in pace. Benché responsabile delle rivolte anti-musulmane in Gujarat nel 2002, Narendra Modi ha teso la mano al Pakistan, convinto che i problemi tra i due paesi siano stati organizzati e perpetuati dalle potenze coloniali. Allo stesso modo, Rodrigo Duterte ha suscitato stupore nel riavvicinarsi al “nemico” cinese. Ho spiegato qualche settimana fa, in queste colonne [1], che la linea di faglia che divide gli Stati Uniti non è determinata né dalle appartenenze etniche né dalle classi sociali, ma dall’ideologia puritana. Se questa spiegazione è giusta, dovremmo assistere una lotta esistenziale dei sostenitori di questa ideologia contro l’amministrazione Trump. Tutto quel che intraprenderà il nuovo presidente sarà sistematicamente sabotato. Già ora, le manifestazioni sporadiche contro il risultato elettorale mostrano che i perdenti non rispetteranno le regole della democrazia. Invece di riflettere sul modo in cui potremmo trarre vantaggio dall’amministrazione Trump, dovremmo chiederci come possiamo aiutarla a riuscire a liberare il suo paese dal proprio imperialismo, per porre fine al mondo unipolare e alla «dottrina Wolfowitz»; come possiamo sostituire la cooperazione allo scontro.

Mentre la stampa americana fa congetture sulla possibile nomina di personalità dell’amministrazione Bush in seno all’amministrazione Trump, dobbiamo anticipare il ruolo politico che giocheranno i quadri commerciali della Trump Organization, gli unici verso cui possa riporre fiducia. Dobbiamo fare affidamento sul generale Michael T. Flynn che – ancorché democratico – era il principale consigliere in materia di politica estera e di difesa durante la sua campagna. Comandante dei servizi segreti militari, dalla Conferenza di Ginevra 1 alla conquista dell’Iraq da parte di Daesh, non ha cessato di combattere il presidente Obama, la segretaria di Stato Clinton, il generale David Petraeus nonché John Allen e Jeffrey Feltman in merito all’uso dei jihadisti e del terrorismo per mantenere l’imperialismo statunitense. Che sia consigliere per la Sicurezza nazionale, direttore della CIA o segretario alla difesa, sarà il miglior alleato della pace nel Levante.

Fonte: ReteVoltaire.org