Adesso che sta per compiere ottant’anni, Alain Delon sembra aver stabilito una tregua con il tempo. Non lo insegue più, non lo fugge più. «Ho pensato spesso al suicidio e vedo bene la scena.

Farlo è un gioco da ragazzi. Il difficile non è questo, è riflettere per non passare all’azione». Otto anni fa aveva messo all’asta la sua collezione d’arte moderna, un modo come un altro per disfarsi di un pezzo della vita. Non era la prima volta e la sensazione è che ci fosse una sorta di stanchezza verso ciò che in altri anni, e più a lungo, era stata une delle varie forme di compensazione nei confronti di un presente non amato e di un futuro sempre e comunque temuto. Un decennio prima era stata la volta dei bronzi di Bugatti, dei Modigliani e dei Courbet; nei Settanta c’era stata una scuderia di cavalli da corsa, poi una linea di design, poi una marca di profumi… E non è un caso che sia le aste sia le iniziative commerciali coincidessero con una nuova vita sentimentale, una nuova paternità (ne ha collezionate otto…), l’idea insomma di ricominciare, di ripartire, di creare ancora, e chiudessero un’epoca nell’illusione di aprirne un’altra. Ora, invece, è come se si fosse a bocce ferme, nell’attesa di chi farà il primo passo… Si è riconciliato con il più grande dei suoi figli, Anthony, e con il Festival di Cannes, è tornato a recitare in teatro con la figlia più piccola, Anouchka, ha messo ordine nei conti, nelle proprietà, sistemato la tomba di famiglia… Un finale di partita che è un po’ come la prima notte di quiete di quel bel film che interpretò per Valerio Zurlini, quando non sai se il sole sorgerà ancora.Del resto, arrivato a ottant’anni, Delon è uno che, per sua stessa ammissione, ha sempre pensato al passato. «Il passato mi abita. Il presente è adesso e il futuro è la morte». Nel 1964, quando non aveva ancora trent’anni e recitava appena da sette, Henri Langlois, il mitico direttore della Cinémathèque di Parigi, gli aveva già consacrato una retrospettiva. Alle sue spalle c’erano Delitto in pieno sole, Rocco e i suoi fratelli, L’Eclisse, Il Gattopardo, Colpo grosso al casinò, Crisantemi per un delitto e Il ribelle di Algeri, registi come Marc Allégret, René Clément, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Henri Verneuil… Poi verranno Jean Pierre Melville, Louis Malle, Jacques Deray, Pierre Granier-Deferre, Joseph Losey, il già citato Zurlini, José Giovanni, Édouard Molinaro…Delon è l’attore che cerca di fare con Sam Peckinpah L’uomo a cavallo, dall’omonimo romanzo di Drieu La Rochelle, che da produttore si affida a Molinaro per poter interpretare il Pierre Miox di L’homme pressé, dal romanzo omonimo di Paul Morand, che quando Melville va da lui con la sceneggiatura di Le samouraï (Frank Costello faccia d’angelo, nella brutta traduzione italiana), lo porta nel suo studio e gli mostra i tre unici oggetti che lo decorano: una lancia, un pugnale, una spada, appunto, da samurai…È quello che durante il Maggio francese recita al Théâtre du Gymnase Les yeux crevés di Jean Cau, l’ex segretario di Sartre che ha abbandonato la sinistra, e si rifiuta di sottostare al diktat dei contestatori che pretendono il giù il sipario in tutta la città. È quello che, due anni più tardi, compra a un’asta il manoscritto originale dell’appello lanciato il 18 luglio del 1940 dal generale de Gaulle e ne fa dono all’Eliseo. È ancora quello che, un quarto di secolo dopo, renderà omaggio a François Mitterrand che lascia la presidenza, con una lettera aperta in cui si firma «un saltimbanco di destra»…Forse sta anche qui, nel suo bravo carico di ideologia politicamente scorretta, la chiave di volta per capire il complesso e complicato rapporto fra Delon e la Francia, un misto di ammirazione e invidia, se non di amore e odio. Avendo avuto tutto, non gli è stato perdonato niente. Fosse stato meno bello, se ne sarebbero spiati con minore avidità i guasti del tempo; fosse stato meno bravo, se ne sarebbero sottolineati con minore acrimonia gli infortuni artistici; fosse stato meno intelligente, gli avrebbero rimproverato con minor astio dichiarazioni pubbliche e private. Va da sé che, replicando colpo su colpo, lui non ha mai fatto nulla per facilitare le cose. L’insoumis, il non sottomesso, ovvero il ribelle, si chiamava uno dei suoi film più belli, e più che il titolo di una pellicola è una dichiarazione di intenti, il manifesto di una vita.In Les Acteurs, di Bertrand Blier, una specie di omaggio-parata del cinema francese uscito all’inizio di questo secolo, Delon appare per appena quattro minuti, di notte, l’unico dei «mostri sacri» presenti (da Belmondo a Depardieu, da Piccoli a Serrault, per citarne solo alcuni) a essere in scena senza comprimari, la folla che lo osserva. «Forse sarebbe meglio fare qualche minuto di silenzio» dice. «Io sono l’uomo del silenzio. Ho un volto da silenzio».Senza rumore, buon compleanno.Stenio Solinas

Fonte: Il Giornale