Mille morti possono sembrare poca cosa in confronto al totale dei caduti italiani, più di seicentomila, di quel conflitto, e ancor più in confronto alle decine di milioni di morti che contano i due conflitti mondiali del Novecento.
Ma la spicciativa ferocia delle decimazioni suscita tuttora orrore, e getta un’ombra livida su quella Grande Guerra che l’Italia, nonostante tutto, ha ben vinto. In tutti gli eserciti d’allora molti generali erano «macellai»: per loro la truppa era carne da cannone e la trincea un habitat cui gli uomini ai loro ordini dovevano abituarsi. Appartengono alla leggenda nera del pugno di ferro i metodi del generale Luigi Cadorna.

Ma Emanuele Filiberto di Savoia duca d’Aosta non fu da meno. «Intendo – decretò – che la disciplina regni sovrana tra le mie truppe. Perciò ho approvato che nei reparti che sciaguratamente si macchiarono di grave viltà alcuni, colpevoli o no, fossero immediatamente passati per le armi». Bravo e fortunato comunicatore, il duca ebbe la soddisfazione di veder definita invitta la sua terza armata perché gli austrotedeschi avevano attaccato la seconda.

Una fucilazione è descritta da Ernest Hemingway nel romanzo Addio alle armi. Gabriele d’Annunzio fu spettatore della fucilazione di 28 appartenenti alla brigata «Catanzaro» dove s’era verificata una sommossa ed erano stati uccisi tre ufficiali e quattro carabinieri. D’Annunzio fu spettatore perché il villaggio di Santa Maria La Longa, dove la «Catanzaro» era acquartierata, era adiacente a un campo d’aviazione dove lui soggiornava.

Il Vate vide accasciarsi senza vita pugliesi, calabresi, siciliani. Tutti, annotò, di bassa statura, scarni, bruni.

Orribile. La guerra è iniqua e spietata, le sue leggi non conoscono umanità. Vi fu un volontario sudamericano venuto in Italia per combattere sotto le bandiere della sua amata Patria che finì nell’elenco dei decimandi.

Ogni rievocazione che ripercorra queste vicende agghiaccianti è utile, e ci fa capire quale e quanta fortuna abbiamo oggi vivendo in una Europa dove da settanta anni non si combattono guerre.

Ma ho forti perplessità su una postuma riabilitazione legale che accomuna veri disertori e vittime sacrificali, chi cedette alla paura – il che nella più rigida ottica militare giustifica la pena suprema – e chi fu avvinghiato dal destino.

Quelle pagine insanguinate devono, secondo me, essere affidate alla Storia, non a incartamenti burocratici e timbri.

I «fascicoli» della giustizia sono troppo misera cosa per celebrare e riscattare i protagonisti e i comprimari d’una spaventosa tragedia. Dopo la Grande Guerra si inveì per l’amnistia ai disertori e il fascismo ne fece uno dei suoi più urlati ed efficaci argomenti propagandistici. Adesso mi pare si rischi non solo di perdonare i disertori che senza dubbio meritano d’essere perdonati ma di elogiarne il comportamento. Sulla arcaica ottusità di certi atteggiamenti militari non si discute. Il dolore e la pietas non devono e non possono mancare. Pur che non si arrivi alla glorificazione di chi non volle combattere, esaltandone il sacrificio quasi sia stato più lodevole del sacrificio di chi si battè. Se uno zelo pacifista molto di moda politicamente corretto sì insinua nelle commemorazioni per i cent’anni della Grande Guerra va a finire che, con un secolo di ritardo, per chi allora fu al fronte diventerà più lodevole l’essere stato pauroso piuttosto che valoroso. Ci fu una triste stagione in cui chi tornava dalla guerra e vestiva l’uniforme era insultato. Anche questo generò il Ventennio. È buona cosa restituire l’onore e tributare un ricordo commosso ai fucilati di quasi cent’anni or sono, ma l’onore lo si restituisce – anzi lo si è già restituito – collocando la Grande Guerra, e i suoi risvolti, in una luce seria: senza retorica, senza ira, senza tripudi, senza dimenticanze.

Fonte: Il Giornale