L’uomo più controverso al mondo, il Presidente più discusso, quello che doveva essere bombardato dagli americani, obiettivo ideale dell’Isis, degli oppositori al regime e di un buon numero di Paesi confinanti, abita ancora oggi, dopo quattro anni di guerra, in un quartiere borghese di Damasco. Nessun bunker né nascondiglio sotterraneo: il cinquantenne Bashar passa parte della sua giornata qui in centro, in mezzo ai palazzi grigi e normali, in una villa appena più grande delle altre, circondato da appartamenti ordinati e balconi attraversati da file di panni stesi ad asciugare.

Credevamo di incontrarlo a Palazzo, come due anni fa. Ci avevano dato appuntamento nell’edificio massiccio sulla cima della collina alla fine del viale ordinato, gli alberi curati, che delimitano giardini rimasti senza fiori.

Non c’è più traffico in questo pezzo di mondo di sopra, sigillato dai check point. Giù sotto, ai piedi della collina, si agita in una pretesa normalità la città vecchia. È rimasta una specie di isola in una cartina attraversata dalla guerra. Donne velate con le sporte di plastica, ragazze truccate con i capelli sciolti sfiorano le vetrine dei negozi con pochi abiti in mostra. Quasi più nessuno fermo ai caffè e solo un minuscolo residuo della folla di un tempo anima le strade del vecchio bazar.

Gli abitanti del microcosmo del centro di Damasco fingono una vita accettabile sapendo che russi e francesi bombardano a Raqqa, che un’autobomba può scoppiare a ogni istante, che la normalità, quella vera, è sparita da tempo visto che persino a un chilometro da qui sventolano le prime bandiere nere del Califfo e molti degli amici, dei parenti dei vicini hanno tentato di inventarsi un pezzo di vita in Europa o altrove.

Credevamo di vederlo là sopra, Assad. Isolato e distante. Solo quando siamo arrivati in cima alla salita semideserta abbiamo capito che, questa volta, la nostra destinazione finale non era il Palazzo. Lì, in questi giorni, sta lavorando solo una parte dello staff: l’incontro con il Presidente sarà in città. Riscendiamo allora verso le strade normali, le vie con le auto parcheggiate, una signora con la borsa della spesa, e due vecchi che entrano nell’androne del Dr. Sharis Hospital.

ARIA BRITISH E DISTESA
Pochi passi, guardiola, sbarra e tutto lì. Nessun altro dispositivo di sicurezza. Siamo davanti alla scalinata bianca della casa di Assad. Lui ci viene incontro a sorriso disteso.

Aria british, tranquilla. Si informa di come vanno le cose in Italia, il lavoro, la politica. Serve uno sforzo per ricordarsi di essere a Damasco, in mezzo alla guerra, conversando con Bashar Al Assad. Eppure è così.

Mi chiede di salire per qualche minuto al primo piano mentre di sotto un piccolo esercito di tecnici prepara il set dell’intervista per Marco Clementi del Tg1. Riusciamo a parlare di quello che sta succedendo. Di come è questo pezzo di storia visto da Damasco. Bashar Al Assad sente che tre fattori chiave hanno cambiato uno scenario che due anni fa sembrava avvicinare il crollo totale della Siria: la minaccia globale dell’Isis, la riammissione dell’Iran ai tavoli internazionali e l’azione di Putin.
Sull’Isis è chiaro. «È ancora estirpabile, non è ancora entrato in profondità nella società siriana, ma il rischio è grande, se la loro presenza si cronicizza non ce ne libereremo».

Definisce incomprensibile la politica occidentale che ha destabilizzato la regione, qualche volta supportato i gruppi armati e poi non ne ha controllato le conseguenze ultime. «Al Qaeda fu creata dagli americani basandosi sull’ideologia wahabita e i soldi sauditi. L’Isis e al-Nusra sono un’emanazione di Al Qaeda». E dice che solo l’intervento di Putin sta permettendo di avere più controllo.

Di sotto stanno ancora sistemando il set e il Presidente non sembra avere alcuna fretta di chiudere la nostra conversazione. Dice che in questi anni troppe volte ha visto l’intero dibattito sulla Siria concentrarsi esclusivamente intorno al suo nome senza pensare che sin dai primi mesi di guerra in alcune aree come Dara, Zindane e Homs le infiltrazioni dei gruppi estremisti venuti da fuori l’hanno fatta da padrone.
Lo guardo e cerco di vedere segni che tradiscano cose non dette, so di non aver di fronte una fanciulla ingenua, ma Assad è solo pragmatico mentre mi spiega che molta gente, soprattutto nelle zone rurali, ha aderito alla battaglia jihadista per uscire dalla povertà o per avere il controllo del territorio e con queste persone lui sta facendo accordi per sottrarre terreno ai terroristi.

DISPOSTO A NEGOZIARE
Questo, però, è un segnale di cambiamento. Due anni fa la sua posizione era molto diversa. Diceva, non negozierò mai con chi ha scelto la lotta armata. Ora sembra che spazi di negoziato ce ne siano molti di più.

Chissà se deciderà di andarsene. Bussano alla porta. È la sua assistente per i media. Qualche anno fa era una delle conduttrici di punta di al Jazeera poi se ne è andata perché il suo Paese aveva bisogno di lei. Ci dice di scendere.

Mentre lo seguo al piano di sotto non posso fare a meno di pensare che in nulla ricorda i grandi sconfitti contemporanei. Non è il Gheddafi invasato che teorizza la vittoria finale quando è sconfitto, non è il ministro dell’Informazione iracheno che dice «gli americani non arriveranno mai a Baghdad» mentre alle sue spalle sfilano i tanks del Vcorps. È un’altra questione. Difficile da capire, piena di contraddizioni. Sicuramente, però, da questa villetta del centro di Damasco, passa una delle possibilità per gestire una delle fasi più complesse della storia che stiamo vivendo. Piena di illusioni ottiche, un po’ come è la guerra vista da qui, sotto la collina, dove i palazzi un po’ più alti nascondono le distruzioni e la vista delle bandiere nere del Califfo. Ma è solo questione di qualche chilometro.

Fonte: La Stampa