Magari è tutto vero, è possibile sul serio che l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di stato maggiore della Marina, organizzasse festini scollacciati sulla nave Vittorio Veneto; che ricevesse gli ospiti in sella a un cavallo bianco, in posa garibaldina; che viaggiasse in aerotaxi, in giro per appuntamenti mondani o di lavoro sul vipposissimo Falcon 20; che trafficasse in modo sordido per assegnare appalti militari a improbabili società; che s’improvvisasse arredatore d’interni navali a beneficio degli alti ufficiali come lui, scavalcando con disinvoltura regole e bon ton. Tutto è verosimile, nella terra del tramonto in cui va in scena la vita agrodolce della classe dirigente italiana. Epperò c’è un però grande così, una obiezione di forma che è anzitutto sostanza, un presentimento inquietante perfino – se volete – che ci riporta indietro fino ai tempi oscuri dei dossieraggi politici, della strategia della tensione, delle stragi di Stato e delle porte girevoli tra malaffare, servizi deviati, estremismo criminale di vario colore, obbedienze internazionali in conflitto sul suolo nostro. Insomma quella stagione di limacciosità istituzionalizzata ufficiosamente che negli anni Settanta del secolo scorso raggiunse il proprio culmine, e che si portò nell’Ade frammenti della cosa pubblica, lacerti residui di sovranità nazionale, ma sopra tutto corpi e corpi di colpevoli e innocenti. Vedi alla voce Mino Pecorelli, avventuriero del giornalismo d’inchiesta assassinato per strada nel 1979.

Dove possiamo arrivare? Per ora siamo soltanto all’inizio, al prologo in cielo di qualcosa che si spera non precipiti oltre. Quel che sappiamo del caso De Giorgi, sulle sue gesta presunte e sui filamenti che lo collegano al compagno dell’ex ministro Federica Guidi, proviene in minima parte da intercettazioni giudiziarie sulla cui base risulta indagato, e già su questo punto il Foglio ha saputo esprimere le sue riserve, ma sopra tutto origina da un dossier anonimo. Si tratta di un brogliaccio senza firma, con materiale fotocopiato risalente a persone o ambienti che l’ammiraglio avrebbe penalizzato nella sua attività più o meno sopra le righe. Nulla da eccepire – se pure up to a point – sulla legittimità dell’inchiesta nata in una procura (Potenza) che dà la caccia a reati anche molto labili come il traffico d’influenze, molto invece da temere dal sopraggiunto traffico di dossier che riguarda ministri, sottosegretari e altri funzionari dello Stato, come Graziano Delrio (sul fango che lo riguarda indagano i magistrati romani).

Sarebbe utile avere al riguardo un giudizio sine ira ac studio del neo presidente dell’Anm, Piercamillo Davigo. A un togato con il suo cursus honorum, così attento alla correttezza procedurale delle burocrazie e al fideistico rispetto del dettato normativo, l’improvvisa fioritura di minopecorellismo alla quale stiamo assistendo in questi giorni dovrebbe apparire come l’opera del maligno. E in effetti di ciò si tratta: una lorda colata melmosa che filtra dalle caditoie delle procure e viene raccolta dalle fosse biologiche del giornalismo manettaro compiacente, e sotto la quale, a prescindere dalle marachelle personali di questo o quell’indagato, la maestà delle istituzioni e la credibilità dello stato di diritto annaspano smarrite. Pubblicare senza remore anche solo una riga di certi dossier significa esserne complici, partecipare di una manovra destabilizzatrice di cui ancora non s’indovina il raggio d’azione o l’obiettivo ultimo. Conosciamo l’obiezione di rito – guai a invocare la censura, l’inibizione, il bavaglio e la gogna per chi svela certe turpitudini – ma non è difficile ritorcerla verso i mittenti: chi propala incautamente verità presunte, forse artefatte, senz’altro punteggiate di rancore, è il primo nemico della verità, nient’altro che la verità.

Fonte: Il Foglio