Non sopporto, ad esempio, l’intollerabile ipocrisia – o la colossale, imperdonabile ignoranza – con la quale moltissimi tra noialtri occidentali autoassolvono la civiltà della quale si dicono fieri da qualunque colpa non tanto del passato remoto, quanto di quello prossimo e – soprattutto, sistematicamente e in modo pretestuosamente apodittico – del presente, proclamando senza esitazione la loro adamantina buona coscienza e la loro totale specchiata innocenza. Rispetto a qualunque altra cultura, l’Occidente – lungi, ci si affretta a precisare, da qualunque tentazione razzistica – è ritenuto e presentato da molti come luminosamente immune da colpe: anzi, nonostante occasionali errori che magari si ammettono, è ritenuto un faro per il genere umano, un supremo modello da seguire, una guida deterministicamente sicura alla quale tutti gli altri popoli (“in via di sviluppo”, come si diceva significativamente una volta) dovranno progressivamente adeguarsi come in effetti sembra che stiano – sia pure con fasi d’incertezza e di ristagno – facendo. Le altre civiltà, le antiche come le moderne e contemporanee, possono essersi rese responsabili di varie forme di disumanità, di barbarie, di massacri: non però l’Occidente moderno. Si possono certo ammettere le crudeltà della società spartana e dell’antica Roma; si è prontissimi, riferendosi all’Europa cristiana (nella quale senza dubbio stanno le radici dell’Occidente/Modernità) a denunziare gli “orrori” del “buio” medioevo (crociate, inquisizione, caccia alle streghe[5] eccetera). Con la Modernità, però, la marcia inarrestabile del progresso – che si vuole non solo economico e tecnologico, bensì anche civico ed etico – ha progressivamente sgombrato i beati cieli occidentali da ogni colpa e da ogni orrore.
Certo, qualche residua nube c’è stata: e magari immensa e tempestosa. Ma in questo caso ecco pronto il meccanismo dell’emarginazione/eccezione/esclusione. Le infamie delle guerre di religione cinque-seicentesche? Certo: ma lì si trattava di fanatismo religioso, del resto riscattato dal nascere successivo dell’idea di tolleranza. Le ecatombi della Rivoluzione francese e della dittatura napoleonica? Senza dubbio: tuttavia, erano eccessi e deviazioni di una civilisation des Lumières che aveva temporaneamente perduto i suoi connotati di razionalità e di tolleranza. Il lungo orrore della Rivoluzione bolscevica e della dittatura sovietica, culminata nello stalinismo? Ma quello fu un salto nel rosso, sanguinoso abisso dell’Utopia. L’inferno nazista? Ma lì si trattò di un balzo all’indietro, nel nero gorgo dell’irrazionalismo, nel “buio” medioevo. E, del resto, entrambi – nazifascismo e comunismo – appartengono al triste fenomeno del totalitarismo, a proposito del quale si può anche discutere se sia del tutto estraneo alla grande civiltà occidentale o ne sia un figlio spurio, bastardo, mostruoso: ma con il quale comunque noialtri, figli del Dio Maggiore (la composita nobilissima Tetraitas Libertà/Ragione/Progresso/Diritti Umani) non abbiamo nulla da spartire, nulla a che fare. Noi ne siamo immuni: quindi siamo puliti. Democrazia e totalitarismo sono opposti e inconciliabili.
Così, di “pulizia ideologica” in “pulizia ideologica”, noi usiamo autopurificarci e autoassolverci da ogni possibile colpa, da ogni possibile bruttura: e affermare con luminosa sicurezza che la nostra democrazia liberal-liberista corrisponde al Migliore dei Mondi Possibili, salvo ulteriore, infinita perfettibilità sulla quale indefettibilmente marciamo. Basterà amministrare l’esistente. Si è cercato perfino di “esportarla”, quella nostra democrazia: con esiti purtroppo ormai ben noti.
Nel nome di questa logica aberrante, di solito accompagnata da una profonda ignoranza della nostra stessa storia – segnatamente di quella dei secoli XVI-XX fuori dal continente europeo, quindi del colonialismo, della decolonizzazione e della ricolonizzazione economico-finanzario-tecnologica – l’Occidente liberal-liberistico, i suoi gregari e i suoi complici usano proclamarsi liberi da qualunque colpa, innocenti di qualunque crimine. E’ nel nome di essa che l’attuale presidente di quella potenza mondiale che più e meglio di qualunque altra l’ha fatta propria può visitare con almeno apparente tranquillità la città di Hiroshima e dichiarare che gli Stati Uniti d’America non hanno scuse da fare a nessuno.
Già: le scuse. Un tema frequente, persino abusato. Ma quelle dalla Chiesa ripetutamente presentate al genere umano dai papi Giovanni Paolo II e Francesco, nel nome di quei figli di essa che nel corso dei secoli si sono allontanati dalla Parola del Cristo offendendo e opprimendo i fratelli, non bastano mai: nessun potente responsabile di stati o di Chiese che pur avrebbero tanto da farsi perdonare ha seguito il luminoso esempio di quei due pontefici, molti di essi però se ne sono dichiarati solo parzialmente soddisfatti.
Ebbene: basta conoscere un po’ la storia extraeuropea (che però nelle nostre scuola accuratamente si evita d’insegnare) per sapere di che lacrime grondi e di che sangue – tanto per citare il Poeta – l’Occidente/Modernità liberal-liberista e il degno frutto del suo ventre, quello che Luttwak (il quale è tuttavia insospettabile di antioccidentalismo) ha definito “turbocapitalismo”. I totalitarismi (anzi, diciamo pure il Totalitarismo, fondendo i due uguali e contrari volti di esso, comunismo e nazismo) non sono affatto “figli di un dio minore”: sono – dalle unghie dei piedi alla radice dei capelli – parte integrante della storia occidentale; sono figli di Rousseau, di Hegel e di quell’utopica onnipotenza dell’Ego nutrita di violenza tecnologica che, come splendidamente ha dimostrato Emanuele Severino, è la sostanza appunto dell’Occidente.
Il totalitarismo non è una malapianta nata chissà perché nel giardino dell’Eden della democrazia. Ai sistemi e alle pratiche democratiche è strettamente connesso; al tempo steso, nasce nel primo dopoguerra in quanto risposta ai problemi della società di massa e del risanamento delle questioni lasciate aperte dal conflitto, due àmbiti nei quali la società liberal-liberista aveva clamorosamente, irrimediabilmente fallito.
Che il totalitarismo, nelle sue due principali forme – è discutibile che “totalitario” fosse sul serio il regime fascista, nell’àmbito del quale la parola era pur nata e i capi del quale si vantavano di averlo realizzato -– sia stato violento e criminale, è fuor d’ogni possibile dubbio. E tuttavia, con tutti i suoi crimini, esso non riesce ad uguagliare quelli commessi dal capitalismo liberal-liberista: ch’è peggiore di entrambi messi insieme e che – se essi hanno insanguinato una parte del mondo, senza dubbio con spaventosa intensità, per pochi decenni – ha invece infierito sulla totalità del pianeta per lunghi secoli predicando libertà, giustizia e diritti umani ma seminando intanto ingiustizia e violenza e mietendo sofferenze e massacri pur di attuare il suo spietato progetto di oppressione finalizzata alla rapina di materie prime e di forza-lavoro. Quel che sul serio, e profondamente, i liberal-liberisti non sanno, non possono e non vogliono perdonare al totalitarismo è di aver introiettato nella vita europea quei metodi dei quali il capitalismo colonialista si è per secoli servito fuori dal nostro continente mentre mostrava, entro i confini di esso, una maschera civile e ben educata.
Questo è ciò che il mio vecchio, caro, grande Roberto Benigni non ha mostrato di aver capito la sera del 2 giugno scorso , parlando in TV a una platea di ragazzi e di giovanissimi. Anch’egli ha evocato il passepartout del mostro totalitario fascio-nazi-comunista presentando la “lunga notte” del suo dominio sull’Europa come la somma di tutti gli errori e l’unica colpevole di tutti gli orrori della storia: mentre è lampante che, in tutti i nodi che recentissimamente stanno venendo al pettine dall’America latina al sud-est asiatico passando per il Vicino e il Medio Oriente, la massima responsabile delle sofferenze umane (a cominciare dall’Africa che si va spopolando) è la barbarie delle lobbies economico-finanziario-tecnologiche e dei governi che ne sono “comitato d’affari”, dei politici loro asserviti, dei produttori e dei mercanti di ordigni di morte, del dispotismo degli adoratori di Mammona annidati nelle borse e in associazioni a delinquere quali la MB, l’IMF e la WTO e della ruota dei dannati produzione-consumo-profitto che incessante maciulla il genere umano e alla quale noi siamo asserviti. Abbiamo conosciuto la tirannia razzista e quella classista: erano terribili, ma almeno facevano fisicamente male ispirando con le torture, i campi di concentramento, le condanne a morte , reazioni di paura, di dolore, di sdegno, dunque di rivolta; quelle violenze spesso intimidivano e mettevano a tacere, ma talora ispiravano e provocavano salutari rivolte. La tirannia del profitto, che ora sta addirittura marciando a passi da gigante verso il danaro virtuale (così riuscirà paradossalmente a raggiungere uno dei traguardi utopici del bolscevismo, l’abolizione della moneta), sarà forse in apparenza più comoda ma è in realtà di gran lunga peggiore di entrambe: anche perché si accompagna a forti dosi anestetiche di organizzazione mediatica del consenso. Banche, borse, centri mediatici, ipermarkets e centri commerciali ne sono i templi e al tempo stesso le consumistiche fumerie d’oppio nelle quali senso critico e libertà si anastetizzano, si ottundono, si addormentano. I criminali assassini che più o meno occultamente (ormai, nemmeno più tanto) ci governano, non opprimono e non sopprimono nessuno con l’esplicita violenza nel nome della razza o della classe sociale o della fede religiosa: opprimono e sopprimono con la corruzione e l’assuefazione che generano disimpegno e consenso, e loro scopi sono la ricchezza, il danaro, il profitto, ancora più squallidi e infami del potere conseguito per affermare una tirannia ideologica. Tuttavia, se e quando a loro volta se agiscono in modo scopertamente violento, osano protestar di farlo nel nome della libertà e della difesa del genere umano: per questo Guantanamo, opposto alla conclamate idee dei carcerieri, è ben più ripugnante di Kolima che invece era per lo meno coerente con quelle di chi la teneva in piedi. Mi ripugna la computisteria funebre: ma i massacri compiuti nella longue durée dalla “civiltà occidentale” nel suo delirio di onnipotenza e nella sua razzìa indiscriminata di tutte le ricchezze del mondo superano di gran lunga, anche sullo stesso piano dei numeri delle vittime, quelli addebitabili a Hitler, a Stalin e a Pol Pot messi insieme. Basti pensare allo spopolamento del continente americano (e ben più nel Settentrione protestantizzato che non nel meridione cattolicizzato); all’eliminazione dei nativi “aborigeni” in Oceania e segnatamente in Tasmania (dov’è stata totale, ad opera degli olandesi); alle ripetute “pulizie etniche” nel subcontinente sudafricano tra otto e Novecento ad opera soprattutto di tedeschi, inglesi e coloni “boeri”; alle tragiche conseguenze dello sfruttamento minerario del Congo ad opera del piccolo Belgio e del suo re Leopoldo, cattolico e liberale; alle vicende del “Grande Gioco” anglorusso tra Asia centrale e subcontinente indiano durante il Great Game ottocentesco; alle “guerre dell’oppio” scatenate da britannici e francesi contro l’impero cinese; alle guerre del Tonchino; ai massacri perpetrati da francesi, spagnoli e italiani nel Maghreb dal 1830 alle repressioni durate praticamente sino agli Anni Cinquanta del secolo scorso; alle gesta ohimè non commendevoli degli Italiani in Etiopia; al tradimento anglo-francese della causa araba nel 1916 ch’è stato la causa prima del disastro vicino-orientale da cui non si riesce ancora ad uscire. In tutto ciò v’erano già, in nuce, gli orrori i postumi o i revivals dei quali sono ancora in corso, dal Vietnam all’Afghanistan ai massacri di cristiani in Asia e in Africa ai migranti che annegano cercando di raggiungere le nostre coste sino a quell’Hiroshima della quale, miserabilmente, il presidente Obama proclama con falsa alterigia (e, spero, con intima ben giustificata vergogna) che gli stati Uniti d’America “non chiedono scusa”, eseguendo un copione impostogli dalla signora Clinton per timore che l’orgoglio nazionalista americano, se ciò fosse avvenuto com’era auspicabile, rispondesse spostando altri suffragi nel novembre prossimo dal partito democratico a quello repubblicano per punire quell’”umiliazione”, quell’”atto di debolezza”. E poi c’è ancora chi, dinanzi all’odioso insorgere del fenomeno terroristico, si domanda “perché ci odiano”…
Ma, come diceva il vecchio Brecht, il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido. I nipotini dei massacratori otto-novecenteschi sono ancora al potere e al lavoro: anzi, sono più protervi di prima dietro le loro “rispettabili” maschere di finanzieri, di chief executive officiers, di tecnocrati, di “consiglieri militari”. Con il dato aggravante e inquietante che queste élites “dirigenti”, sia i tecnocrati e gli strateghi politici che ne sono la guida e ne godono nonché ne distribuiscono i profitti sia i politici che si presentano ad esserne esecutori, sembrano ormai brillare per ottusità, per inefficienza, per incompetenza, per incapacità di prevedere e id programmare il futuro.
E noi ne siamo schiavi: con l’aggravante che moltissimi di noi non sospettano nemmeno di esserlo. Ha ragione Marco Revelli: la lotta di classe esiste, e l’hanno vinta loro. “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”, proclamavano Marx ed Engels. Il mondo dominato dalle lobbies dimostra che è accaduto il contrario: si sono uniti i padroni. Se non sapremo arrestare questo macabro Totentanz e invertirne il corso in apparenza fatale, ci resterà solo la speranza che questa orribile Controciviltà materialista imploda e trascini nel gorgo delle sue infamie chi l’ha voluta e costruita. E non facciamo l’errore di accettare la sfida sul solo o sul prevalente campo economico-finanziario, come il nemico vorrebbe fare: questa battaglia è anzitutto morale e culturale.

Fonte: Dal suo blog