Un leone attraversa la storia. Viene da lontano, dicono, ma sarà vero? Guardatelo: ruggisce alato alla base di un vaso per libagioni rituali (rhyton); si curva su se stesso, sul suo secondo volto, in un bracciale a cerchio aperto; incede verso destra o verso sinistra su due lamine sottili come foglie; si sdoppia e anzi si triplica nel suo bronzeo corpo possente in modo da traguardare i tre mondi, le teste volte ad angolo retto, il muso digrignante e la criniera a scaglie romboidali, le code leggermente abbassate; oppure – più semplicemente – il leone troneggia bicipite sull’impugnatura di un pugnale d’oro. E’ il leone di Persia, è il pegno immortale d’una metafisica solare che scandisce il tempo degli Arii (gli Uomini Nobili) e della loro civiltà regale stabilita in “un immenso spazio pervaso di luce… talmente penetrante da sembrare tangibile, prodotta dall’estrema siccità della regione geografica e dall’elevatezza dell’altopiano che la occupa quasi completamente. L’immensità dello spazio iranico, che comprende l’attuale spazio dell’Iran per antonomasia (Persia), l’Afghanistan, il Balucistan e le plaghe del cosiddetto Iran esterno, attualmente quasi del tutto turchizzate e russificate, cioè il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan, è data dal fatto che esso si presenta come una gigantesca piattaforma con picchi elevatissimi (Demavand, alt. 5671 m.), che congiunge l’Anatolia, il Caucaso e la Mesopotamia, in occidente, con l’Asia Centrale del settentrione, con i primi contrafforti dello Himalaya e l’India, in oriente, attraverso la catena dell’Indukush e l’acrocoro del Pamir. L’Iran è contemporaneamente un ponte fra il Mediterraneo e l’Asia ulteriore e una barriera fra questi due mondi” (Pio Filippani Ronconi, “Zarathustra e il Mazdeismo”, Irradiazioni, 2007).

Il leone iranico è giunto in Italia, ad Aquileia (Udine), accompagnato dal suo calco negativo, il toro: provengono entrambi dal Museo Archeologico di Teheran e da quello di Persepoli, stanno già animando una mostra senza precedenti – “Leoni e tori. Dall’antica Persia ad Aquileia”, a cura di Cristiano Tiussi, Marta Novello, Margherita Belgiojoso; chiuderà il 30 settembre – organizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con il Polo museale del Friuli-Venezia Giulia, il National Museum of Iran e l’Iranian Cultural Heritage Handcraft and Tourism Organization. L’iniziativa fa parte del progetto “Archeologia ferita”, avviato un anno fa ad Aquileia con l’esposizione dei reperti stanziati al Bardo di Tunisi, il museo sfregiato dal terrorismo islamista. Il nostro ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, la benedice come “la prima opportunità di apprezzare in Europa reperti provenienti da Persepoli e dal Museo Nazionale di Teheran dopo la firma dell’Accordo sul Nucleare iraniano, che ci consente di sperare e di credere in un marcato rafforzamento delle relazioni politiche, economiche e culturali tra l’Europa, il nostro Paese e la Repubblica Islamica d’Iran”. Il suo collega iraniano, Masoud Soltanifar, si mostra più dolcemente aggressivo nel celebrare “un’eredità comune che segna la pace e l’amicizia tra i popoli, sia nel passato che nel presente”, perché proclama senza paura che il suo governo teocratico intende “valorizzare le conquiste dei nostri antenati, esporli al pubblico è un atto necessario a trasmettere il loro messaggio alle presenti e future generazioni”. La parola conquista fa rumore eppure non sorprende, in bocca a un governante di Teheran, anche quando vuole significare una notizia, una provocazione, un’offerta di riconciliazione, un exemplum.

ARTICOLI CORRELATI Guerra per la democrazia in Siria Il falco dei falchi iraniani La cattiva strada Ma qui stiamo parlando dell’Iran preislamico degli Achemenidi e dei Sasanidi (VI secolo a.e.v.-VII secolo e.v.), e cioè quel sostrato spirituale e materiale che dal mondo mazdeo non ancora zoroastriano si dilatò, fra conquiste e guerre civili, fino alla (nostra) tarda antichità e al (nostro) medioevo maomettano. E’ la Persia indoeuropea di Ciro I, Dario il Grande e finalmente Ciro II, che, vinti i consanguinei Medi, unificarono in un solo impero e in un solo destino politico e spirituale popoli e stirpi fino allora in vorticosa e sanguinaria competizione. Quando si parla di Persia, in effetti, bisogna contemplare la luce quintessenziata dei primordi (leone) e il sofisticato crepuscolo lunare mesopotamico (il toro) rappresentato dagli Elamiti, degli Assiri, dei Babilonesi. Ovvero quel residuo morenico pre-ario che mai ha smesso di serpeggiare nelle contrade persiane, e che nel IV secolo a.e.v. avrebbe sfibrato la natura ammonia del conquistatore Alessandro Magno. Scrive ancora Filippani: “Quando Assurbanipal distruggerà politicamente l’Elam, attorno al 626 a.C., sarà il re dei Medi Ciassare, a capo di una confederazione che comprendeva Medi, Mannai, Cimmeri e Sciti, a raccogliere l’eredità del già potente Stato elamico, sicché potrà assestare il colpo fatale all’Assiria, la cui capitale, Ninive, distruggerà nel 612; 74 anni più tardi il persiano Ciro II completerà l’opera sottomettendo Babilonia. Il destino di Elam e delle genti delle montagne si compirà sotto le insegne dei virili Re dei Re arii, unificatori delle genti degli altopiani”. Questa intima polarità, questa dialettica carsica tra regalità uranica e dispotismo lunare mesopotamico, non soltanto non è mai venuta meno, ma ha attraversato la storia nelle forme plastiche del simbolo: la lotta tra il leone solare e il toro dalle corna di luna, quasi a significare il necessario eppur mai compiuto trapasso tra il saeculum della Mezzaluna fertile e quello della sovranità indoeuropea. Qui sta la risposta (provvisoria) ai quesiti espressi da Carlo G. Cereti nel suo bel saggio che correda il catalogo della mostra: “Il combattimento tra leone e toro è rappresentato 27 volte a Persepoli, segno sicuro della sua centralità nel programma iconografico della capitale. Tuttavia non c’è concordia sulla sua interpretazione: raffigurazione astrale del Nouruz, il capodanno iranico, che cade il giorno dell’equinozio di primavera? Simbolo dell’eterna lotta tra il bene e il male, tra la luce diurna e le tenebre notturne? Oppure semplice rappresentazione del potere del sovrano, identificato con il leone come avviene sino in epoca contemporanea?”. Basti pensare alla perdurante influenza di certe latenze sumero-accadiche, che i romani compresero nella problematica definizione di “caldee”, all’interno della divinazione lidio-etrusca, dello sciamanesimo dei magi persiani ellenizzati, del corpus hermeticum; o basti pensare che “il programma di studi delle scuole mesopotamiche sopravvisse alla conversione all’Islam”, come dimostra il “Liber mensurationum scritto da un non meglio identificato Abu Bakr e pervenutoci soltanto nella traduzione in latino”, e che “contiene un nucleo di materiali provenienti dalla tradizione mesopotamica di formazione di periti agrimensori, inclusi i metodi per le dimostrazioni geometriche e complicati problemi algebrici puramente teorici, usati come esercizi di calcolo” (Stephanie Dalley, “Il retaggio della Mesopotamia”, Adelphi, 2016).

Guai, tuttavia, a figurarsi i Persiani di Serse I (486-465) come gli orgiastici, svirilizzati carnefici dipinti nel famigerato film “300” del 2007, diretto da Zack Snyder e Frank Miller, adattamento cinematografico da un’omonima e fin troppo politica graphic novel nella quale i lacedemoni di Leonida simboleggiano la libertà (democratica?!) opposta alla tirannide orientale. Quando si pensa agli invasori (tali furono) di Serse, ai suoi lucenti Immortali e alle sue turbe informi, è meglio figurarseli nelle più verosimili, apolitiche fattezze riprodotte da Steven Pressfield (“Le porte di Fuoco”, 1998). E se pure, qui, una consegna gentilizia impone oggi ancora d’immaginarsi al fianco di Leonida e dei suoi 300 nella difesa oracolare delle Termopili – muoia un re per salvare Lacedemone –, gli eroi immolati contro l’orda innumera di Serse, non bisogna trascurare la verità delle cose, come insegna il nume delio e Lungisaettante che ha casa in Delfi e che nella cirocostanza si mostrò assai antidemocratico e filopersiano. Come scrisse la studiosa Carolina Lanzani (“Religione dionisiaca”, 1923): “Ciò che a noi qui importa è il riconoscere Delfo come il centro di una religione solare, che si presenta per molti aspetti comune agli Elleni e agli Iranici. E’ noto come i monarchi persiani avessero per il Dio solare una devozione speciale. Mitra era da essi riguardato come il loro particolare protettore, tanto che era tenuto come testimonio nei giuramenti e invocato prima di attaccar battaglia. Allorché i monarchi persiani vennero a contatto col mondo ellenico trovarono, per dir così, preparati dei legami con Delfo, il centro della religione apollinea-dionisiaca”. E’ bene rispettare l’onorabilità del nemico d’allora e di altre stagioni: la regalità imperiale persiana antagonista degli Elleni dorici e degli Ausoni romani titolari dell’imperium fulgurale di Giove.

Fatale fu l’incontro e lo scontro tra l’Iran e Roma Aeterna, depositaria dell’idea universa di imperium. Ma questo avvenne in epoca tarda, quando della solarità leonina achemenide restava il modello, l’involucro lontano, l’eco frastagliato dalla cesura di Alessandro Magno, il “maledetto” dal tardo zoroastrismo ormai oscurato da profetismi equivoci. L’antagonista di Roma fu la Partia degli Arsacidi (da Arsace, il primo sovrano del nascente Impero Partico: 247/238 a.e.v..-224 e.v.), prima, e quindi dei Sasanidi. Come sostiene Cereti, “Conosciamo relativamente poco della dinastia arsacide e quel poco spesso da fonti avversarie, ellenistiche e poi romane, che tutte avevano in comune l’interesse a dipingere l’impero rivale in termini negativi. Oggi numismatica e archeologia aiutano a ristabilire un’immagine più veritiera di questi sovrani e del loro regno. In termini generali, si può certamente dire che l’Impero Arsacide segnò un progressivo riaffermarsi dei valori iranici, con una rinascita della fede zoroastriana, seppure in forme molto più eclettiche di quelle proprie, almeno a livello ufficiale, del successivo periodo sasanide… Roma e l’Impero Arsacide diedero inizio a un duello destinato a protrarsi, con altri protagonisti, sino all’Alto Medioevo. La frontiera riconosciuta, sull’Eufrate, venne violata spesso, parimenti i due imperi si fronteggiarono con alterne fortune in Armenia e Alta Mesopotamia. Tra i molti episodi di questa lunga guerra, ricorderemo qui la sola disastrosa sconfitta del triumviro Marco Licinio Crasso a Carre (43 a.C.), in cui l’esercito partico, guidato dal principe sistanico Surena, annientò le truppe romane creando una ferita che fu sanata solo da Ottaviano Augusto, che nel 17 a.C. riebbe per vie diplomatiche le insegne perdute da Crasso”. Quanto ai Sasanidi, le vittorie su Gordiano, Valeriano e Filippo l’Arabo, nonché la resistenza opposta a Giuliano – imperatori di una Roma storica già esangue e prossima all’asiatizzazione –, dimostrarono la sopravvivenza di un circoscritto ma indiscusso carisma regale (Xvaranah) destinato però al prosciugamento, alla contrazione sistolica che non darà più forma all’irraggiamento. “L’ultimo sovrano sasanide morì nel 651 nei pressi di Merv, secondo la tradizione ucciso da un mugnaio, che non avendolo riconosciuto volle rubargli il prezioso abito. Si conclude così la storia preislamica della Persia” (Cereti). Anche in questo caso è il simbolo loquente a guidare la lettura. Fra gli Achemenidi il Re dei Re è il leone chiamato a dispiegare la sua aurea sovranità mentre “appare in mezzo al popolo quale simbolo attuale di uno stato primordiale e memoria vivente del compito a esso collegato”: ardere la materia imperfetta del divenire e sostanziarla nel “rinnovamento del mondo, per far sì che esso, nella sua riacquistata perfezione, si congiunga al suo principio celeste (Filippani Ronconi); nell’arte figurativa ora esposta ad Aquileia appare invece una scena di “caccia regale” al leone in cui il principe ereditario, in sella a un cavallo, tende l’arco contro un leone rampante, mentre un altro già colpito giace a terra (“la composita corona sasanide è qui assente, sostituita dal copricapo a sommità lunata”, osserva Paola Piacentini nel catalogo della mostra). Ecco il segno della cesura: scomparsa la corona solare, il principe non ha più, non è più la forza leonina, deve cercarla in un altrove al di fuori di sé, nel mondo fenomenico, e trapassarla in posa mesopotamica per attingervi. Torna la mezzaluna, si riaccendono latenze monoteistiche, irrompono gli Arabi. Così nell’XI secolo il poeta Ferdosi nel suo Shahnameh sigilla “la Novella Fede” che “in cattedra” ha mutato “Sacerdotal l’antico iranio trono”.

Fonte: Il Foglio