La sceneggiata di Ventotene dove, a bordo dell’unica portaerei — per segnalare l’idea della forza di cui teoricamente dispongono — Merkel, Hollande, Renzi s’incontrarono, qualche giorno fa, voleva essere, ed era, a suo modo, simbolica. Voleva dire: eccoci qua, rappresentanti attuali dei tre principali paesi fondatori dell’Unione Europea. Rimaniamo, siamo compatti, siamo convinti, potete contare su di noi.
Si capisce che Ventotene era la risposta in pompa magna al Brexit. Con quali contenuti non fu chiaro, ma lo spettacolo ha le sue regole. Lo spettacolo non ha bisogno di spiegazioni, deve piacere e basta. In effetti nulla è stato deciso, né cambiato. Solo qualche correzione d’accenti. Niente mutamenti strutturali, niente modifiche istituzionali. Business as usual, con qualche tocco di romanticismo legato ai ricordi dell’Europa che fu.

Ma possono quei tre tenere insieme l’Europa dei 27? Il disegno iniziale era diverso. Non meno ambizioso, ma diverso. E allora sembrava che l’esperienza della vecchia Europa, appunto quella dei fondatori, sarebbe riuscita ad amalgamare tutte le insopprimibili diversità esistenti. Solo che, come dice il proverbio, l’appetito vien mangiando. E l’Unione Europea diventò esigente verso l’esterno. Costruì la sua politica espansiva verso l’est, pose le sue condizioni e usò la sua indubbia attrattiva per inglobare non solo tutto intero lo spazio del defunto Patto di Varsavia, ma addirittura per proiettarsi dentro quelli che furono i confini dell’Unione Sovietica.

Così entrarono anche le tre repubbliche del Baltico, Estonia, Lettonia, Lituania. E ci entrarono con i loro brutti ricordi, — come del resto la Polonia — di sudditi dell'”impero sovietico”, pieni di desideri di rivincita postuma e, in spirito, assai più “americani” che “europei. E, non appena i tempi delle vacche grasse finirono, cioè l’altro ieri, ecco esplodere le diversità, gli egoismi. La solidarietà, appena proclamata, veniva soverchiata dalla competizione nella divisione della torta. E, a sua volta, la divisione della torta diventava sempre più difficile tra commensali di diverse dimensioni, con diversi spiriti e diversi ricordi. Ma dove vincevano sempre e solo i più forti e grossi.

E quando è cominciata l’ondata immigratoria, per esempio, si sono visti tutti i limiti di uno striminzito disegno comune. E tutte le smagliature. Ma anche prima dei ripetuti allargamenti si erano sentiti gli scricchiolii. La saggezza avrebbe consigliato un procedere più accorto, più lento. Invece ci furono gli acceleratori (americani), che volevano tutto e subito, in nome di una globalizzazione che non attendeva i tempi storici. Dunque, sostennero, “dentro anche la Turchia”. Dentro anche quanti più stati era possibile della ex Jugoslavia. La Turchia per fortuna (nostra e loro)- diremmo oggi — è rimasta fuori, ma c’è da assorbire ancora la Moldova, l’Ucraina, la Georgia.

l tutto sotto la pressione della Nato, senza alcun dubbio la più avventurosa, per impazienza, delle coalizioni militari del mondo intero. Forza ragazzi, tutti in marcia contro la Russia. Poi è arrivata la batosta della Merkel, la prima da un decennio. In un piccolo lander, microscopico. Ma è stato come un lampo, seguito da un colpo di tuono potente. E adesso guardare il trio, o terzetto, fa un certo effetto. Di Angela si parla già come di una prossima candidata bollita, o addirittura di una non candidata. Sulla sorte di Hollande non c’è un allibratore disposto a metterci un centesimo. Le probabilità di una rielezione sono vicine allo zero assoluto della scala Kelvin. E il “giovane” rottamatore Matteo arranca di fronte al referendum che avrebbe dovuto essere il suo canto del cigno e assicurargli — insieme alla nuova legge elettorale — un governo tranquillo per la prossima tornata elettorale, quella che lo avrebbe incoronato Principe maggioritario con meno del 25% per voti. Ma il trono è già tutto storto. Questo triumvirato non può tenere insieme l’Europa. Tra un anno o due non saranno loro a dirigere il ballo.

Fonte: Sputnik