Il nuovo capo dei talebani, il teologo e giurista Haibatullah Akhundzada, è stato il vice del suo predecessore, il mullah Mansour, che lo aveva scelto come proprio delfino e godeva di grande rispetto da parte del mullah Omar. Ma forse non sono questi i dati più significativi sul nuovo vertice dei talebani: Akhundzada è uno dei leader più anziani, è stato scelto per mettere fine ai dissensi e ricucire gli strappi nel movimento che ha subito emorragie importanti a favore dell’Isis. Tanto è vero che non solo ha confermato come vice Sirajuddin Haqqani, capo della rete talebana forse più ramificata e potente, ma ha nominato al suo fianco il Mullah Yakoub, il figlio del fondatore del movimento il mullah Omar, deceduto nel 2013 in un ospedale di Karachi in Pakistan e la cui morte fu tenuta segreta per due anni. Yakoub non aveva mai riconosciuto la legittimità della nomina di Mansour.

Come i suoi predecessori, Akhundzada è originario di Kandahar, è figlio di un teologo seguace della corrente Deobandi, membro della tribù Noorzai e si ritiene abbia tra i cinquanta e i sessant’anni. Riparato in Pakistan durante l’occupazione sovietica terminata nell’89, con la sconfitta dell’Armata Rossa, si unì ai talebani poco dopo la nascita dell’organizzazione alla metà degli anni 90. Sotto il regime islamista dell’Emirato talebano instaurato a Kabul nel 1996 Akhundzada ricoprì l’incarico di giudice. Tornato in Pakistan dopo l’invasione Usa del 2001, divenne quindi imam di una moschea e in seguito nominato responsabile degli affari giudiziari dei talebani.

Ci sono possibilità che il nuovo leader conduca i talebani verso posizioni più moderate in un Afghanistan dove è ancora forte la presenza di soldati occidentali tra i quali 800 italiani a Herat? Haibatullah Akhundzada è considerato un sostenitore dei negoziati di pace ma non farà nulla senza il consenso della Shura, l’organizzazione che viene sempre convocata per le decisioni più importanti.
La sua determinazione ad avviare trattative con il governo del presidente Ashraf Ghani è tutta da sperimentare: i talebani hanno rivendicato l’attacco suicida appena sferrato alla periferia di Kabul e costato la vita ad almeno 10 persone.
Ma c’è un altro dato assai importante da sottolineare: le decisioni dei talebani vengono ancora prese a Quetta, città del Pakistan i cui governi hanno avuto sempre un atteggiamento assai ambiguo nei confronti dei talebani: Islamabad ha sempre usato la guerriglia per consolidare la sua “profondità strategica” in Afghanistan.

E c’è dell’altro: un nodo geopolitico ancora inestricabile. L’uccisione mirata del leader talebano Mansour da parte di un drone degli Stati Uniti, avvenuta la settimana scorsa in territorio pakistano, ha riproposto in maniera clamorosa tutte le divisioni che stanno segnando i rapporti tra i due Paesi teoricamente alleati. L’incursione americana non rappresenta un caso isolato ma si collega a una serie di altre questioni che negli ultimi mesi hanno agitato gli equilibri diplomatici in Asia centrale e ai riflessi strategici degli sforzi di Washington nel districarsi dall’ultradecennale conflitto sul doppio fronte di Pakistan e Afghanistan.
I militari americani non avevano notificato anticipatamente al Pakistan l’attacco contro Mansour. Non solo, l’operazione è avvenuta nella provincia sudoccidentale del Balucistan, considerata off-limits per i droni. La tensione tra Usa e Pakistan è alta: il ministro degli Esteri pakistano ha convocato l’ambasciatore Usa a Islamabad per presentare una protesta formale in seguito alla violazione della sovranità territoriale da parte americana. Ecco perché la lotta all’estremismo islamico funziona a intermittenza e non solo in Afghanistan: gli alleati dell’Occidente sono ambigui almeno quanto le politiche europee e americane.

Fonte: IlSole24Ore