Fu dalla corte dell’American Colony che Hussein Salim al-Husseini, il sindaco di Gerusalemme, partì accompagnato da un seguito di notabili e da un fotografo svedese, alla ricerca delle avanguardie inglesi per consegnare la resa della città al generale Allenby. Prima che il piccolo corteo si mettesse in cammino, Anna Spaffors, la vedova del fondatore del Colony, consigliò a Husseini di non partire senza una bandiera bianca. Era meglio evitare di essere scambiati per soldati turchi in fuga.

Era il 9 di dicembre del 1917. Usciva dalla Palestina un impero e arrivava un altro conquistatore. Incominciava una nuova era: quella che avrebbe generato i conflitti di oggi, creatrice di «una pace per porre fine a tutte le paci». Dopo Gerusalemme sarebbe presto caduta anche Damasco e il Medio Oriente avrebbe preso le forme politiche se non proprio geografiche concordate da Sir Mark Sykes, consigliere di Downing Street per la regione, e da François Georges-Picot, diplomatico, convinto sostenitore della “missione civilizzatrice” dell’imperialismo francese. Era stata una trattativa breve. L’accordo fu segretamente raggiunto nel gennaio 1916 quando la fine dell’impero ottomano era prevedibile ma lontana, e la vittoria nella Prima guerra mondiale tutt’altro che certa: sulla mappa originale custodita nell’Archivio Nazionale britannico la firma di Sykes è in matita, quella di Georges-Picot in inchiostro nero. Il 16 maggio successivo, giusto cento anni fa, i ministri degli Esteri dei due Paesi lo ratificarono. La “zona rossa”, sotto il controllo britannico, comprendeva Baghdad e la Mesopotamia meridionale, la costa settentrionale del Golfo compreso il Kuwait, e a Ovest Haifa e Acri in Palestina. «Intendo tirare una linea dalla “A” di Acri all’ultima “k” di Kirkuk», sintetizzò Mark Sykes.

La “zona blu” francese andava dalla Cilicia alla frontiera iraniana a Est, a Acri a Sud, compresa la costa mediterranea della Siria, il Libano e la Galilea del Nord. C’era anche una zona russa, 60mila miglia quadrate dal Mar Nero a Mosul, che non fu attribuita a nessuno quando l’impero uscì di scena, prima travolto dagli austro-tedeschi e poi dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Gli accordi Sykes-Picot non creavano nuovi Stati, si limitavano a stabilire le due sfere d’influenza dentro le quali le due potenze europee avrebbero favorito la nascita di nazioni secondo i loro interessi. La prima conseguenza, nel novembre 1917, fu la promessa poi mantenuta di un “focolare ebraico” in Palestina fatta dal ministro degli Esteri Balfour al barone Rothschild; la seconda la promessa invece disattesa di una nazione araba che T.E. Lawrence aveva portato agli Hashemiti per convincerli a combattere i turchi.

Il luogo che materializza questa storia centenaria è la lobby dell’hotel American Colony, a Gerusalemme, che prima di diventare un albergo fu un ospedale e poi un ostello di pellegrini. Nell’albo dei suoi ospiti, esposto all’ingresso, ci sono tutti i protagonisti di allora: Lawrence d’Arabia, Winston Churchill, il generale Allenby, Hussein re dell’Hegiaz. E accanto alla storia vera c’è quella di celluloide, i nomi reali e quelli dei loro alter ego cinematografici: Peter O’Toole, Alec Guinnes, Omar Sharif, Antony Quinn e il resto del cast di Lawrence d’Arabia, confusi fra i più recenti Bob Dylan, Versace, Bill e Melissa Gates. Quando il film fu girato, nel 1962, la parte di Gerusalemme dove c’è il Colony era in Giordania. Nel 1967, dopo la guerra dei Sei giorni, sarebbe passata a Israele.

L’impareggiabile capolavoro di David Lean ebbe un tale successo che la sua semplificazione degli accordi Sykes-Picot divenne l’unica versione plausibile di ciò che accadde. Soprattutto per i regimi arabi che ancora oggi continuano a giustificare il caos nella loro regione e i loro fallimenti nazionali, citando quel film. Nell’estate del 2014 un video dell’Isis, diventato virale, mostrava un bulldozer che apriva un passaggio attraverso la frontiera di sabbia appena conquistata fra Siria e Iraq. Il titolo del filmato era Fine di Sykes-Picot. Sottinteso era l’inizio di una nuova epoca segnata da un unico grande Stato islamico arabo-sunnita in tutto il Medio Oriente.

Sykes-Picot fu una evidente porcheria coloniale. Da allora, «la gran parte del Medio Oriente ha vissuto in una condizione cronica che definirei sindrome post-ottomana», scrive Avi Shlaim, professore emerito a Oxford, uno dei più grandi storici della regione. «I suoi sintomi sono disordine, instabilità e deficit di diritti per i popoli della regione». Il sistema prodotto alla fine della Prima guerra mondiale «fu largamente la creazione delle potenze coloniali…Ma i confini internazionali che i vincitori crearono, hanno resistito fino ai nostri giorni, con l’eccezione di Israele-Palestina. Hanno dimostrato di essere notevolmente stabili, quasi sacrosanti: forse l’unico elemento stabile in una regione volatile».

Ad eccezione dei curdi che sognano un’indipendenza mai ottenuta, non c’è regime arabo né alcuno dei suoi oppositori delle guerre civili di oggi, non gli sciiti né i sunniti, che non rivendichi il controllo di quelle frontiere. Nessun contendente vuole una parte della Siria o dell’Iraq ma ambisce all’intero Paese, nonostante entrambi siano il frutto degli interessi coloniali anglo-francesi d’un tempo. Il Libano fu brutalmente separato dalla Siria. Come disse Picot, «era impensabile che il popolo francese potesse accettare di porre i cristiani del Libano sotto un dominatore maomettano». Eppure cento anni dopo, i fondamentalisti sciiti di Hezbollah non hanno alcuna intenzione di riunificare il Libano alla Siria. Senza il cinismo francese del governare e dividere la Siria, scegliendo una setta minoritaria per metterla contro le altre maggioritarie, gli alawiti della famiglia Assad non governerebbero il Paese da 46 anni.

Per quanto interessato, limitato e paternalistico, «l’accordo Sykes-Picot fu il primo vero riconoscimento del diritto degli arabi all’autodeterminazione», ammettono Efraim e Inari Karsh in Empires of the Sands (Harvard, 2001). È curioso che i libri più interessanti dedicati a quell’epoca abbiano la parola sabbia nel titolo: A Line in the Sand di James Barr (Simon & Schuster, 2011) e Shifting Sands di autori vari (Profile Books, 2015): saggi che insieme a mille altri possiede il book shop dell’American Colony, una specie di Biblioteca di Alessandria della storia mediorientale, in mezzo ai conflitti mediorientali. Come se quaggiù solo i libri possano fissare l’opera degli uomini – la politica e i conflitti- altrimenti destinata all’evanescenza della sabbia.

Fonte: Il Sole 24 Ore