Anche il Vaticano si è accorto dei cambiamenti climatici ed incoraggia il mondo a ridimensionare il consumo di idrocarburi. Ma se è vero che la desertificazione in Africa costringe intere popolazioni a migrare verso la ricca Europa e la debolezza dei monsoni mette sul lastrico ogni anno milioni di contadini indiani, è anche vero che il surriscaldamento della terra è iniziato con la rivoluzione industriale. Un fenomeno, quest’ultimo, che nel lungo periodo ha prodotto benessere, diminuito la mortalità nei paesi industrializzati e che ha dato vita al modello di sviluppo più popolare, anche se ormai ‘insostenibile’ in termini climatici. Come conciliare il desiderio di industrializzazione dei 3 miliardi di poveri nel mondo, coloro che il Papa giustamente identifica con le prime vittime del surriscaldamento della terra, con l’applicazione di un modello di industrializzazione che uccide il pianeta? Le alternative sono due: o torniamo ad un modello di vita antecedente alla rivoluzione industriale o ne inventiamo uno nuovo. Nonostante da almeno due decenni si parli con certezza di cambiamenti climatici legati all’industrializzazione, il discorso delle rinnovabili è ancora in via di formulazione teoretica, sappiamo molto ma non abbastanza per poter sostituire il consumo di idrocarburi con fonti di energia alternative all’interno di un nuovo modello di sviluppo. Scienziati, economisti e politici dibattono da anni questo tema senza arrivare ad una conclusione. Una cosa è certa, la rivoluzione industriale è stata prodotta dalla felice concomitanza di alcuni fattori: invenzioni tecnologiche, abbondante forza lavoro a basso costo ed una fonte d’energia, il carbone, per uso industriale, ampiamente disponibile. Oggi la tecnologia fa passi da gigante quasi quotidianamente ed uno dei principali problemi del villaggio globale sono le masse di migranti che potenzialmente rappresentano un riserva enorme di forza lavoro a basso costo. Ciò che manca è una fonte d’energia pulita per uso industriale che sia in grado di competere con gli idrocarburi.

Manca insomma un modello industriale che funzioni sul larga scala con energia pulita, che naturalmente non sia il nucleare. E’ vero che manca anche la cultura del risparmio energetico, del riciclo ma l’idea che il pianeta possa essere salvato attraverso una presa di coscienza a questo livello è, ahimè, un’utopia. Anche se il miliardo che vive nei paesi industrializzati, e che consuma per capita più di ogni altro abitante al mondo, riducesse drasticamente il proprio consumo energetico, il surriscaldamento della terra non cesserebbe. Un grafico prodotto da Bloomberg mostra che anche se tornassimo ai livelli di consumo degli anni Cinquanta o Sessanta, e quindi molto più basso di quello odierno, saremmo sempre sopra la media del XX secolo. Ciò di cui abbiamo bisogno è un investimento massiccio nella ricerca di una o più fonti energetiche che sia in grado di sostituirsi per semplicità ed efficienza agli idrocarburi e che sia funzionale all’innovazione tecnologica ed al surplus di forza lavoro. E non lasciamoci confondere dalle statistiche, secondo l’International Energy Agency, nel 2014 sono stati investiti 310 miliardi di dollari nell’industria delle rinnovabili, contro i 60 di dieci anni fa. Tanto per capire quanto piccole siano queste cifre, 310 miliardi di dollari sono una frazione di quanto si è speso per salvare il sistema finanziario dalla crisi della Lehman Brothers. Fino a quando non avremmo trovato una combinazione ottimale per sostenere l’industrializzazione dei paesi che la anelano, i problemi climatici continueranno ad essere dibattuti ma non risolti. Ed il tempo stringe. Il 2015 è già l’anno più caldo della storia moderna, il mese di maggio ha battuto tutti i record in materia. Quest’inverno il surriscaldamento del Pacifico ci regalerà el Nino più caldo e forse anche quello più lungo. Il surriscaldamento della terra non minaccia solo i poveri ma anche l’ecosistema mondiale, dall’inizio del 1900 si sono estinte più di 400 specie di vertebrati, una perdita che in passato si verificava nell’arco di 10.000 anni. Tra meno di tre generazioni perderemo l’impollinazione naturale della api, insetti essenziali per l’ecosistema. E’ ora di smettere di discutere ed iniziare a fare qualcosa di concreto per salvare il pianeta.

Fonte: Il Fatto Quotidiano