Nel 1996 un avvocato argentino girovago per passione, Adriàn Giménez Hutton, decise di andare in Patagonia sulle orme di Bruce Chatwin. Morto alla fine degli anni Ottanta, Chatwin aveva scritto il suo primo libro, In Patagonia , appunto, alla fine dei Settanta e in quel decennio si era imposto al pubblico e alla critica con una manciata di titoli che se da un lato avevano rilanciato un genere, il travel writing , la letteratura di viaggio, dall’altro ne erano stati la negazione.

Si considerava uno scrittore tout court, Chatwin, e il viaggio era per lui uno strumento, se si vuole un pretesto, ma non il fine.

La sua originalità stilistica e tematica, il combinato disposto di un’esistenza relativamente breve, nemmeno cinquant’anni, quanto intensa, brillante e contraddittoria – esperto d’arte e collezionista contrario all’idea stessa di possedere opere d’arte, laburista con la passione per l’aristocrazia e le vite eccezionali, archeologo mancato e giornalista con l’odio per la carta stampata, omosessuale mai dichiarato e morto di una malattia, l’Aids, mai ammessa – diedero vita a una vera e propria mitologia chatwiniana, un composito esercito di appassionati e di epigoni, spesso sconfinanti nell’adorazione i primi, quasi sempre mediocri i secondi. Come spesso accade, in seguito il pendolo dell’ammirazione cominciò a oscillare sul versante opposto e prese ad alimentare una «leggenda nera» che prendeva di mira non solo gusti, atteggiamenti e bizzarrie dell’uomo, ma l’essenza stessa del suo essere scrittore. I suoi viaggi erano pura invenzione, si cominciò a dire, in pratica si era inventato tutto, non era perciò credibile e il suo stile quindi era artificiale.

Il viaggio di Adriàn Giménez Hutton sulle orme di Chatwin nacque proprio da questa oscillazione del pendolo. Hutton aveva allora quarant’anni, in Patagonia era andato una prima volta appena diciottenne e poi ci era tornato ripetutamente, in autobus e in autostop, in treno e via mare. La conosceva, insomma e In Patagonia , letto proprio allora, lo aveva favorevolmente impressionato proprio per il suo modo «di mescolare realtà e finzione, piccoli aneddoti personali e grandi storie». Era convinto che, nel suo insieme, «dovesse corrispondere a esperienze reali dell’autore» e seguirne le tracce sarebbe dovuto servire proprio a questo, la verifica di un’autenticità. Dopo due anni, diecimila chilometri, cinquanta interviste e reportage con personaggi da Chatwin citati o che lo avevano conosciuto, Giménez Hutton si ritrovò a sua volta con l’aver scritto un testo che era un affresco notevole di quell’estremo lembo del mondo e un penetrante ritratto del suo narratore più famoso. Una volta lettolo, Chatwin in Patagonia (Nutrimenti, traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfè, 286 pagine, euro 19) fa rimpiangere la scomparsa del suo autore, morto nel 2001, a 45 anni, in un incidente aereo e insieme ci permette di concordare con quanto lo stesso Chatwin scrisse a proposito del suo In Patagonia : «Una volta ho fatto l’esperimento di contare una per una le bugie che conteneva. In realtà non erano troppo gravi».

Per capire la differenza fra un reportage classico su quella terra di confine e il libro che invece egli ne trasse bisogna partire da una serie di elementi. Il primo è la letteratura. «Se siamo dei viaggiatori – ha scritto Chatwin – siamo viaggiatori letterari. Un’associazione o un riferimento letterario possono entusiasmarci quanto una pianta o un animale raro». Il secondo è il tema e il fascino dell’esilio: «Se domani il resto del mondo saltasse in aria, in Patagonia sopravvivrebbe un sorprendente campionario di nazionalità, tutte andate alla deriva verso questi “campi estremi dell’esilio” per nessuna altra ragione apparente se non che quei campi esistevano». Giménez Hutton obietta che per l’Argentina sarebbe più appropriato parlare di «emigranti, non di esuli», e non ha torto. Ha però ragione anche Chatwin nel suo voler isolare all’interno di un fenomeno migratorio biografie che rimandavano più a vicende politiche, ideologiche, sociali che non alla pura e semplice ricerca di un lavoro, fuga da una situazione di povertà, eccetera. Colpiscono e accendono in modo più immediato la sua fantasia letteraria, che è poi, lo abbiamo visto, la vera e propria molla del suo viaggiare, più interessato ai casi che ai luoghi, più portato alla cultura che alla natura, o meglio convinto che la natura abbia un senso solo se racconta una cultura.

Da questo punto di vista è emblematico il tipo di scelta da lui utilizzato per spiegare l’origine del vocabolo «patagone», patagòn , in spagnolo. Le sue ricerche lo fanno risalire a un romanzo cavalleresco del Cinquecento, Primaléon De Grecia , in cui si narra di un mostro con testa di cane, ma intelligenza umana, chiamato Gran Patagòn, catturato dal protagonista e portato in dono al re di Polonia. Letto da Magellano, servirà a quest’ultimo per definire «un Patagòn!» un indio Tehuelche che indossava una maschera canina… Una più prosaica storiografia vede invece in patàn o patòn , che in portoghese, la lingua nativa di Magellano, suonano patao e patagao, aggettivi qualificativi che indicano grossolanità e grandezza, e così il Patagone starebbe per un individuo rozzo, oppure per grande piede, l’indicazione insomma di una stazza e di una fisicità indigena. È facile capire perché Chatwin si affezionasse alla prima interpretazione….

L’eccentricità e/o eccezionalità sono gli altri elementi che contribuiscono alla peculiarità di In Patagonia . Fra le persone intervistate da Hutton c’è chi accusa Chatwin di «sensazionalismo», chi di «giudizi sarcastici», chi si lamenta perché «incontra sempre personaggi bizzarri, stravaganti e mostra le loro abitudini, non le vere abitudini di questa terra. Cerca sempre ciò che è sensazionale, violento, inusuale, depravato. Tutto ciò esiste, naturalmente, come in qualunque parte del mondo. Ma lui non parla della gente che ha fatto qualcosa, o almeno non in maniera generosa». Come si vede non sono giudizi sul libro in sé, ma sul fatto che non è come i diretti interessati vorrebbero fosse: non rispecchia la loro visione di quel mondo. Hanno insomma più a che fare con l’etica che con l’estetica, con un pregiudizio morale piuttosto che con un giudizio critico.

In realtà, In Patagonia è un libro parziale, idiosincratico, concentrato, fatto di scarti e di salti, in equilibrio tra realtà e finzione, con spunti autobiografici, il tutto teso a tenere il lettore sulla corda. Ci sono nomi cambiati, storie vere e storie verosimili, invenzioni narrative, malumori e asprezze, simpatie e antipatie d’autore. Non racconta la verità, ma una verità, e a uno scrittore non si può chiedere di più.

Fonte: Il Giornale