Con l’intervento in Siria, che deriva da accordi di lunga data stipulati ai tempi di Hafez Assad, la Russia dimostra che per il momento non intende scaricare Bashar. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia continuano a sostenere che Assad se ne deve andare e allo stesso tempo dichiarano che vogliono colpire i jihadisti dello Stato Islamico. Ma è evidente che non si può combattere il Califfato e allo stesso tempo il suo avversario. Il regime di Bashar Assad controlla ancora un terzo del territorio popolato da almeno 13-14 milioni di persone: la caduta del regime provocherà altri milioni di persone in fuga verso l’Europa.

Non fuggono soltanto le minoranze musulmane, come alauiti, drusi e sciiti, ma anche le popolazioni sunnite terrorizzate dalla prospettiva di finire in mano ai jihadisti. A questi si aggiungono i profughi dall’Iraq, casa madre del Califfato, mentre la pressione si farà sentire ancora più forte su Libano e Giordania che ospitano altri due milioni di rifugiati siriani.
Assad è il pessimo dittatore che conosciamo ma in questo momento rappresenta il male minore. I jihadisti non sono soltanto quelli dell’Isis – non più sostenuto da Turchia e Arabia Saudita – ma anche il Fronte al Nusra e Ahrar al Sham, ancora appoggiati dalle monarchie del Golfo: anche se concorrenti tra loro, questi gruppi condividono la stessa ideologia e gli stessi obiettivi.

Ma di questo si parla assai poco perché Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno legami economici inestricabili con questi alleati arabi e hanno consapevolmente appoggiato l’afflusso di jihadisti in Siria, insieme alla propaganda delle versioni più radicali e inaccettabili dell’Islam.
La situazione sotto il profilo militare non è disperata ma assai critica e rivela tutte le contraddizioni occidentali. Le milizie dello Stato Islamico di Al Baghdadi si trovano a meno di 30 chilometri dall’autostrada M5, la spina dorsale che collega il Nord e il centro della Siria: se i jihadisti tagliano questa via di collegamento vitale possono assediare la capitale siriana, tagliando fuori le altre zone sotto il controllo del governo.

I jihadisti hanno conquistato Palmira perché la coalizione anti-Isis, in pratica l’aviazione americana, non ha sganciato neppure una bomba contro il Califfato per non dare l’impressione di volere aiutare Assad. Non solo, dopo avere appoggiato i curdi in funzione anti-Isis, l’Occidente li ha lasciati in balìa di Erdogan che con l’obiettivo di combattere il Pkk sta colpendo in realtà tutto il movimento curdo e anche il partito politico Hdp entrato in Parlamento nel giugno scorso: alla crisi siriana si aggiunge quella della Turchia, dove in Anatolia del Sud Est c’è in molte zone il coprifuoco, e non si esclude un rinvio delle elezioni anticipate previste il primo novembre.

Al contrario dell’Iran, che da anni ha inviato i Pasdaran e gli Hezbollah libanesi a combattere al fianco di Damasco, la Russia finora si era limitata a un sostegno e economico e logistico. Quando si è accorta che Bashar poteva cadere, Putin ha proposto un alleanza internazionale contro i jihadisti per salvare il regime e soprattutto i suoi interessi nella regione. Il segretario di Stato Usa John Kerry ha avvertito il 5 settembre il collega russo Sergei Lavrov che questa mossa poteva condurre al rischio di uno scontro con la coalizione anti-Califfato.
Gli Usa non tollerano un intervento armato russo alle porte della Nato, cioè della Turchia, e i loro alleati occidentali, tra cui anche l’Italia, si sono allineati alla posizione di Washington che per altro non fa nulla per fermare le ondate dei profughi imputandone la colpa soltanto ad Assad. Di questa contrapposizione Est-Ovest approfitteranno i jihadisti e i loro alleati nella regione: a chi giova?

Fonte: Il Sole 24 Ore