Usciamo da una total immersion mediatica nei fatti di Parigi e la prima impressione non è buona: un misto tra retorica, buoni sentimenti, privato delle vittime, ma anche un appello ai nostri istinti peggiori. Hollande chiama l’Europa ad una guerra di religione. L’immagine del mussulmano sanguinario svolge oggi nell’immaginario collettivo europeo lo stesso ruolo che ai tempi del fascismo era interpretato dall’Ebreo. Dall’antisemitismo all’antislamismo in nome dei valori della cultura occidentale: democrazia, libertà, giustizia. Ed intanto questi stessi valori sono già sacrificati sull’altare della sicurezza.

Per la prima volta nella sua storia la Francia sospende per tre mesi libertà essenziali in nome di quello stato di eccezione che la guerra porta con sé. Siamo in guerra e ne siamo le vittime. Perché l’attacco di Parigi viene percepito da tutti come una provocazione dell’Islam nei nostri confronti, non come una risposta ai bombardamenti francesi in Siria? I media non fanno che rafforzare nell’opinione pubblica la sindrome della vittima innocente, perché ci hanno sistematicamente taciuto le premesse che ci hanno portato sin qui. Oppure se ne hanno parlato, sterilizzandone però le conseguenze reali.

La prima guerra del Golfo è stata un puro videogioco, con quei bombardamenti scientifici e coreografici capaci di schivare rigorosamente i civili per colpire unicamente i collaboratori del barbaro dittatore. I droni di Obama, sono oggi capaci di uccidere selettivamente i terroristi identificandoli all’interno della popolazione civile. Ed infine chi potrebbe condannare il bombardamento giusto e sacrosanto di quegli incivili dell’Isis che sgozzano il nemico, riducono in schiavitù le donne ed applicano la Sharia sfortunatamente grazie ai finanziamenti dell’Occidente e dei suoi alleati? La Fallaci aveva previsto tutto, finanziamenti occidentali a parte.

Comunque vogliamo valutare lo stato delle cose in atto, siamo di fronte ad una tragedia, un evento epocale come quell’11 settembre, che ha cambiato definitivamente la nostra percezione delle cose, traghettando il nostro immaginario dall’edonismo tardo reaganiano del consumismo, all’economia di guerra e di crisi di oggi. Una frattura profonda nella nostra percezione della realtà, il passaggio dall’ambiente amichevole dell’emporio alla paranoia dell’insicurezza permanente.

Un evento così meritava rispetto, inchieste rigorose, ricerche delle cause. Invece, almeno in televisione ha prevalso un genere consolidato di successo: la mozione degli affetti, la cronaca come spettacolo atto a colpire la pancia e non la testa degli spettatori. La cosa peggiore non sono stati i talk show, ma i telegiornali. Un talk show fa il suo mestiere per raccogliere audience. E poco importa se al delitto di Cogne si sostituisce la strage di Parigi. Dai telegiornali ci aspettiamo sobrietà ed informazione. Ed abbiamo assistito invece alla generale “talkshowzizzazione” dei telegiornali, tutti tesi a drammatizzare emotivamente gli eventi. I truci terroristi contro la vittima italiana, volontaria di Emergency, con alle spalle una storia esemplare di impegno personale. Tutto vero, ma marginale rispetto alla domanda fondamentale: perché è successo tutto questo? Pensavamo che i giornali potessero fare di più.

Leggiamo (ieri) sul manifesto un articolo di Balibar, che, per quelli della mia generazione rappresenta un punto di riferimento. Una testimonianza che non chiarisce. E’ un appello ai buoni sentimenti, non cedere all’odio, preservare la nostra libertà. Balibar sostiene che il male di oggi affonda le sue radici lontano, dagli imperi coloniali in poi. Non si coglie il punto inedito: la guerra di oggi è una materia che non può essere razionalizzata perché affonda le sue radici nel caos.
Ecco, secondo noi, il nocciolo della cosa è che questo caos ha ben poco di casuale. Non è soltanto la somma di una serie di errori che ci sono sfuggiti di mano. E’ una ben precisa strategia bellica. Pensiamo ai “teocon” e alle loro pretese di instaurare un secolo americano basandosi sulla superiorità bellica dell’America. Questa strategia, in Iraq, è risultata fallimentare, come già a suo tempo l’invasione americana del Vietnam.

Gli Usa hanno concepito allora una nuova strategia più economica: la strategia del caos. Disseminare i territori da conquistare di focolai di guerra e di resistenza. Armare la resistenza locale, fare la guerra con le vite degli altri. Una specie di strategia della tensione a livello mondiale. Da allora il mondo islamico si è rivelato nella sua profonda antidemocraticità. Si trattava di promuovere in modo più o meno occulto rivoluzioni locali in nome dei diritti umani: la Libia, le primavere arabe, la resistenza in Siria contro il crudele dittatore Assad. E poco importa se tutto questo veniva portato avanti con la collaborazione di alleati come l’Arabia Saudita o la Turchia che non eccellono sicuramente nella salvaguardia dei diritti umani.

Tutto questo era moralmente accettabile perché giustificato da ideali e da principi. E perché avveniva altrove. Viene sempre in mente una commedia che si intitola Un mandarino per Teo. Se dall’altra parte del pianeta, poteste decretare la morte di un mandarino, per ereditarne l’immensa eredità, voi cosa fareste? Tutti questi paesi governati antidemocraticamente hanno un elemento in comune: la presenza di risorse energetiche, gas, petrolio, altre materie prime. E’ normale schiacciare il bottone che ci permette di annetterci tutte queste risorse. Soprattutto se questa scelta avviene in nome di nobili valori. Tutto questo cessa di funzionare se il mandarino siamo noi.

Su questo argomento circolano sul Net spiegazioni opposte. Da un lato la famosa affermazione di Hillary Clinton: «l’Isis è una nostra creatura che ci è sfuggita di mano».

Dall’altro, voci più maliziose insinuano, semplicemente, che sia giunta la nostra ora di sperimentare lo status di colonie statunitensi. In ogni caso vi invitiamo a riflettere. Se si applica la strategia del caos, come possiamo poi pretendere che questo caos non ci travolga?

Fonte: Il Manifesto