La strage di Deir Ezzor, dove le milizie dell’Isis, secondo le diverse fonti, hanno ucciso tra 200 e 400 civili, molti dei quali donne e bambini, e hanno rapito altre centinaia di persone, si candida fin d’ora a diventare una delle pagine più orrende della già orrenda guerra civile che da cinque anni dilania la Siria. I seguaci del Califfato hanno voluto, con questo raid, rispondere ai colpi ricevuti di recente, sia per opera dell’esercito regolare siriano appoggiato dai russi, che lentamente ottiene risultati sul fronte Ovest del conflitto, sia per opera di quello iracheno, appoggiato a terra dagli iraniani e dall’aria dagli aerei americani e inglesi.
Su questo lato della battaglia contro l’Isis, l’episodio più eclatante degli ultimi tempi è stata la riconquista di Ramadi, uno dei centri più importanti del cosiddetto triangolo sunnita dell’Iraq, quello che ha ai vertici appunto Ramadi, Baghdad e Tikrit. Poco prima di Ramadi era stata riconquistata Baijii, a poca distanza da Tikrit, sede di una delle più importanti raffinerie irachene. Perché questa è una delle aree petrolifere dell’Iraq e il sanguinoso attacco contro Deir Ezzor porta il segno anche di questa matrice: oltre a servire da risposta alla perdita di Ramadi, per mostrare al mondo che l’Isis non è finito, serve anche a garantire al Califfato l’approvvigionamento di greggio che è una delle principali fonti di finanziamento delle milizie. Reazione militare, petrolio e anche la necessità di mantenere aperto il collegamento tra tra la parte occupata della Siria e la parte occupata dell’Iraq, ovvero mantenere in vita il cosiddetto Siraq: ecco le tre motivazioni di questa ennesima strage dell’Isis.
Ma nella vicenda di Dei Ezzor ci sono anche due lezioni: una militare e l’altra politica. Da quasi due anni, analisti, generali, esperti di questioni della difesa, oltre che personalità di vario genere del Medio oriente, sottolineano che senza l’impiego di un esercito di terra il cancro dell’Isis non può essere estirpato. E infatti a Deir Ezzor è arrivata la solita carovana di automezzi che nessun aereo o drone, a quanto pare, è riuscito a notare.
E’ una questione militare, ma non solo: un’altra delle fonti di finanziamento dei jihadisti sono gli espropri, le tasse e le vessazioni economiche imposte alle popolazioni delle zone occupate. Un meccanismo che si può interrompere solo se qualcuno esercita il controllo e l’amministrazione del territorio al posto dei jihadisti. Con i bombardamenti non si risolve nulla, ormai l’hanno capito tutti. Gli unici progressi si registrano laddove, in Iraq o in Siria, vengono impiegate truppe di terra, siano esse siriane, curde, iraniane o irachene. Tanto che per togliere Ramadi a un migliaio di jihadisti è stata mobilitata un’armata irachena di molte migliaia di soldati.
Da questo, e dalla vicenda di Deir Ezzor, ricade una lezione politica: quando si voleva la caduta di Assad prima di ogni altra cosa, quando si diceva che l’intervento russo a suo favore non avrebbe fatto che complicare le cose, si voleva togliere dal terreno uno degli eserciti di terra impegnati contro l’Isis. Anzi: quello più impegnato. In Siria, che lo si capisse o si facesse finta di non capirlo, avrebbe voluto dire consegnare il Paese all’Isis dei wahabiti sgozzatori, massacratori di civili e rapitori di innocenti, e ai loro simili di Al Nusra, visto il ruolo assolutamente secondario, per non dire quasi nullo, giocato dai ribelli cosiddetti democratici e progressisti (sempre ammesso che qualcuno sappia identificarli). Non si tratta, con questo, di riabilitare Bashar al-Assad e tanto meno di santificarlo. Ma si tratta di decidere se si vuol battere l’Isis o no, e se batterlo sia la priorità. Le stesse domande a cui da un anno e mezzo non si vuole rispondere, se non con dosi massicce di inutile propaganda.

Fonte: Famiglia Cristiana