Nell’ottobre del 1970 Pierre Werner, primo ministro del Lussemburgo, presentava il suo Rapporto sulla realizzazione graduale di un’unione economica e monetaria. Appena 155 giorni dopo, il 12 marzo 1971, Nicholas Kaldor spiegava su The New Statesman perché quel progetto sarebbe fallito: “È un pericoloso errore credere che l’unione economica e monetaria possa precedere quella politica o agire come ‘uno stimolo per lo sviluppo di una unione politica della quale nel lungo periodo non potremo fare a meno’ (come dice il rapporto Werner, ndr), perché se l’unione monetaria e il controllo da parte della Comunità delle politiche di bilancio (oggi diremmo l’austerità, ndr) causeranno pressioni tali da far collassare il sistema, il risultato sarà quello di impedire, non promuovere, l’unione politica”. Allora non se ne fece nulla per tanti motivi (a partire dal collasso del sistema di cambi fissi mondiali, che non era un buon viatico per la creazione di una moneta unica). Ma poi il progetto venne tradotto in pratica, e i problemi evidenziati da Kaldor sono sotto gli occhi di tutti. La strategia consistente nel forzare un processo politico (l’unione dell’Europa) costringendo gli elettori a gestire le conseguenze di un fatto compiuto (l’unione monetaria) ha causato gravi tensioni fra i paesi europei. Può sembrare un paradosso, ma l’euro è stato uno dei più grandi successi della scienza economica.

Raramente è accaduto che gli economisti prevedessero con tanta precisione le conseguenze di una decisione politica. Gli irriducibili però insistono, argomentando che i problemi erano previsti, ma la soluzione è a portata di mano: basterà cedere sovranità. E qui sorgono due domande: a chi? E come? La risposta alla prima domanda è dentro tutti noi, perché la propaganda ha fatto tanto per inculcarcela: all’Unione europea. Temo però che sia sbagliata, per diversi motivi. Il primo è di ordine politologico: come nota Giandomenico Majone nel suo Rethinking the union of Europe (Ripensare l’unione dell’Europa), l’Ue si è data le forme di uno Stato democratico: un Parlamento, un esecutivo (la Commissione), un’alta corte. Forme rassicuranti, che offuscano una ben diversa sostanza. I membri della Commissione, non eletti, hanno non solo il potere esecutivo, ma anche quello di iniziativa legislativa. Una concentrazione di poteri senza uguali e senza precedenti, che pone qualche dubbio sulla democraticità del “superstato”cui ci viene chiesto di affidarci. Dubbi simili, peraltro, li pone lo strapotere della Bce, non bilanciato da alcuna controparte politica, cosa che comincia a inquietare perfino il Financial Times. Il secondo è di ordine storico: dalla Seconda guerra mondiale in poi la sovranità politica si è andata frazionando, al punto che da circa 70 stati sovrani, siamo passati a più di 200. Quando l’informazione circola con difficoltà, ostacolando il coordinamento di decisioni decentrate, organizzazioni gerarchiche e centralizzate assicurano più efficienza. Ma nel mondo globalizzato il costo dell’informazione è sceso drasticamente: Jean Jacques Rosa, economista a Sciences Po, ha dimostrato come questa rivoluzione renda più efficienti unità decisionali decentrate. Questo potrebbe spiegare perché paesi piccoli ottengano ottimi risultati anche sul piano economico (Enrico Marro ce lo ricordava sul Sole 24 Ore del 19 ottobre scorso).

C’è poi il problema del “come” unirsi. Anche qui, la risposta viene data per scontata: tramite uno Stato federale, come gli Usa. Ma la scelta del modello federativo non è così banale. Ogni paese membro dell’Ue ha adottato una qualche forma di decentramento, di regionalizzazione, qualche volta su base identitaria (la Catalogna, la Scozia), qualche volta su base opportunistica (per esigere fondi europei, come nel caso della Finlandia). I problemi del federalismo “interno” sono uguali ovunque: le regioni ricche non vogliono pagare per le povere e i governi locali litigano con quello centrale. Le soluzioni sono caso per caso diverse. Quale sarebbe allora il modello di Stato federale da scegliere? Probabilmente, come nel caso della Banca centrale, sceglieremmo quello del paese egemone, la Germania: un modello recentemente riformato nel segno del centralismo, con la scusa (molto in voga anche da noi) che questo velocizza le decisioni. Ma il centralismo, oggi, è una scelta efficiente? Per coinvolgere in questa riflessione uomini politici e studiosi di diverse discipline l’as so ci az io ne a/simmetrie organizza il 14 e 15 novembre prossimi il convegno “Ripensare l’unione dell’Europa”. Luciano Canfora, Vladimiro Giacché, Giandomenico Majone e altri intellettuali, animeranno con politici quali Alfredo D’Attorre, Alessandro Di Battista e Matteo Salvini, un dibattito sui possibili percorsi di integrazione europea, fra sogno politico e realtà storica. Un dibattito del quale noi italiani siamo meglio di altri in grado di intuire l’importanza: ci ricordiamo dai banchi di scuola che la strategia del “cosa fatta capo ha!”, quella dei “padri dell’Europa”, porta dritti nella nona bolgia dell’Inferno. Meglio pensare a un’alternativa.

Fonte: Il Fatto Quotidiano