Spogliarsi. E’ quello che facciamo tutti. Ben altra cosa è dannarsi. E il ruolo più intensamente erotico di Laura Antonelli fu quello di Giuliana Hermil. E’ L’Innocente, l’ultimo film di Luchino Visconti, e lei in quella pellicola è una moglie trascurata e però – giusto il tempo di invaghirsi di un umile poeta – presto tornata a essere oggetto del desiderio del marito (accortosi d’improvviso d’avere il fuoco più vivo proprio nel focolare di casa e perciò deciso ad abbandonare ogni sua amante).
Spogliarsi. E’ quello che Giuliana fa quando torna sotto il tetto nuziale. Vi torna in un trionfo di lussuria e però è già incinta del suo poeta, destinato a morire. Il bimbo nasce dunque nella casa del marito, Tullio Hermil, ma il profondo rancore apparecchia dentro quelle mura – tra le eleganti coltri del talamo nuziale disegnate da Piero Tosi – il proposito di mettere a morte l’infante.
Spogliarsi. Nell’assenza. Anche dalla carne appena toccata dall’acqua di battesimo. Lui uccide il figlio di lei – espone l’Innocente al gelo della notte – e lei capisce a cosa s’è destinato tutto quel suo avere amato un altro (per non essere mai stata amata da chi l’aveva scelta in moglie per farne poi un’amante).
Spogliarsi – lo ricordava sempre Laura Antonelli – “è quello che facciamo tutti”, spogliarsi di se stessi è destino di chiunque si abbandoni alla malia di darsi come amante e mai più ricavarne amore, piuttosto egoismo.
“Dimenticatemi”, aveva detto Laura Antonelli. Aveva affidato questa preghiera a Lino Banfi, l’attore con cui aveva condiviso la stagione del cinema popolare, ed è stato Banfi – il cui cuore è grande, forte di potente umanità – a farle scudo per proteggere quella che a dispetto di una carriera, di un rovinoso successo, era diventata una madonna di disperante solitudine.
Dimenticatela, dunque. Come su una lama affilata – tra grazia, innocenza appunto, e allusione – quella donna ha visto spaccarsi in due la sua stessa vita. Quella di prima – la messa in mostra, spogliata – e quella di dopo: tutta nascosta, coperta da coltri d’ordinario abbandono.
Dimenticatela, quindi. Quella ragazza sulle cui cosce – nella penombra messa a regola da Vittorio Storaro, maestro assoluto di fotografia in Malizia – si sono appiccicati gli occhi di tutti, anche i vostri, non c’è più.
Dimenticatela. Tanto noi dimentichiamo tutto. Aveva smesso di esserci da un pezzo, ormai. Da quando ha visto trasformarsi il suo volto, un tempo conturbante, in una sorta di mela cotogna, Laura Antonelli ha deciso di non esserci più. E’ stata fino a ieri il vago ricordo di un’epoca di cuore in gola. Guardare Turi Ferro guardare di sottecchi lei, fingendo di leggere il giornale La Sicilia mentre lei, arrampicata sulla scala, spolverava radunando intorno a se il respiro di malizia, è un rimando sentimentale all’innocenza.
Dimentichiamola. E spogliamoci. E’ quello che facciamo tutti. Tornando alla solitudine che bussa anche alla nostra vita di uomini e donne da sempre nudi, per un istante – sfogliando l’album di reggicalze e sottoveste – spaccheremo in due la nostra vita, dimenticando e spogliandoci. Guardando di sottecchi. L’innocenza fatta assente.

Fonte: Il Foglio