«Tutte le famiglie felici si somigliano» dice Tolstoj in Anna Karenina . Cambiando semplicemente di aggettivo, le memorie di Marella Agnelli ( La signora Gocà , Adelphi, 236 pagine, 12 euro) autorizzano la medesima conclusione: tutte le famiglie aristocratiche sono simili fra loro, senza necessariamente essere vestite alla marinara.

C’è sempre una madre bellissima, affettuosa e però distratta, distante, un padre seducente e seduttore, spesso nullafacente, un piccolo stuolo di domestici, bambinaie, precettori, giardinieri, ville assolate e stanze sterminate, colazioni riccamente imbandite, tracce qui e là di spartana educazione, molto sport, molte lingue straniere, per intrecci familiari, amicali, professionali, molte nonne, zie, zii, incombenti, affascinanti, inconcludenti, inquietanti. Non è solo una somiglianza esteriore, gesti, lineamenti, rituali, tessuti, colori, ma un qualcosa che nell’Italia del secolo scorso si concretizzò in una sorta di terra di mezzo del disimpegno attivo o dell’impegno passivo, l’accettazione svagata della storia, quasi che la storia fosse un party. Marella Agnelli ne accenna raccontando il pranzo che a Palazzo Colonna ospitò nell’estate del 1944 gli alti gradi alleati, il generale americano Clark, il generale inglese Montgomery, rispettivamente alla destra e alla sinistra della padrona di casa. L’indomani, l’alto ufficiale americano ricevette nel suo alloggio militare una grande busta chiusa contenente due «plan de table», la disposizione degli ospiti a tavola. C’era quello di cui era appena stato l’ospite d’onore, e quello di una cena di qualche settimana prima: gli stessi posti a tavola, le stesse qualifiche dei commensali, solo le nazionalità erano diverse, i nuovi arrivati «liberatori» festeggiati insomma così come i vecchi «conquistatori» tedeschi che li avevano preceduti. «Immagino che buona parte della Roma che contava, aristocratica e privilegiata, si trovasse nella stessa condizione, ma ci voleva un capro espiatorio» commenta l’autrice. A fronte delle rimostranze dell’infuriato generale, il Vaticano impose alla principessa madre Isabelle Colonna, il cui figlio era assistente al soglio pontificio, un lungo viaggio e un soggiorno prolungato in Egitto, sua terra natia.

Marella Agnelli è una Caracciolo da parte di padre, una Clarke da parte di madre. Dalla seconda metà dell’Ottocento, da oltre oceano era cominciata ad arrivare in Europa, sotto forma di figlie da sposare, quella ricchezza, agricola, siderurgica, finanziaria che come sangue fresco andava a irrorare lo stanco sangue blu di un’aristocrazia condannata alla decadenza dalla modernità e dall’insipienza. La nobiltà italiana non faceva eccezione e vi aggiungeva lo charme di gens antichissime, profumi romani e pontifici, un costo della vita basso, uno splendore artistico senza pari. I Caracciolo avevano un fisico alla Modigliani, o alla El Greco, una sorta di allungamento e/o stiramento delle gambe, delle mani, del collo, di cui The Swan, il cigno, Marella è forse la più plastica dimostrazione, ma che fu anche del fratello di lei, il principe Carlo Caracciolo. Suo zio Adolfo, il fratello minore del padre, aggiungerà a questa caratteristica una testa piccola che gli varrà, scrive la nipote, il soprannome di «Al Capino».

La signora Gocà non è propriamente un libro di memorie, ma più un libro di schegge d’infanzia e di estati, una sorta di racconto in cui gli occhi di una bambina e poi di un’adolescente registrano stati d’animo e paesaggi, si interrogano su ciò che appare incomprensibile del mondo degli adulti, ma senza mai cercare veramente di svelarlo, una sorta di torpore opaco che non vuole la verità, ma la sicurezza. Fa un po’ sorridere la definizione di «fragilissima imbarcazione» usata dall’autrice per definire la vita di coppia dei suoi genitori, sposatisi molto giovani, Filippo appena ventenne, Margaret di sette anni più grande, e costretti a confrontarsi l’uno con la propria «incapacità» a costruirsi un futuro, l’altra con «un narcisismo ancora infantile, quasi feroce». La crisi economica del ’29, racconta, fece sì che «quel denaro che veniva dalle pianure dell’Illinois, ammassato dalle rudi e forti mani dei fratelli Clarke, sembrasse dissolversi nelle loro». Il concorso al ministero degli Esteri e il successivo ingresso in diplomazia fu il porto dove «la fragilissima imbarcazione» trovò rifugio: all’inizio la segreteria particolare di Galeazzo Ciano al ministero della Cultura popolare, poi l’ambasciata d’Italia ad Ankara, allo scoppio della guerra il consolato generale a Lugano, dopo l’Otto settembre il sottosegretariato agli Interni nel secondo governo Badoglio. Con buona pace del generale Clark, il «plan de table» dei Caracciolo non era poi così diverso da quello dei Colonna.

La povertà può essere un concetto relativo. «Quell’autunno ritornammo a Roma. Non più in via delle Tre Madonne, che con la sua modestia borghese immalinconiva troppo mammi, bensì all’hotel de la Ville. Margaret preferiva l’anonimato dell’albergo a un alloggio in cui non si rifletteva e che la umiliava, se paragonato con gli smisurati palazzi e i grandi appartamenti dei Parioli in cui venivano ricevuti». Alla cinquecentesca villa toscana dei Cancelli, dove Marella viene al mondo, fa seguito Villa Margherita in Tirolo, poi la tenuta del Roncaccio nel Canton Ticino: «Nostro padre promise un premio (che ricordo cospicuo) a chi di noi avesse trovato la casa della vita…».

Soffuso di malinconia, scritto con eleganza, La signora Gocà ha momenti di ironia. Ugo La Malfa ospite clandestino al Roncaccio nelle improbabili vesti di insegnante di ginnastica, è uno di questi: «Si muoveva con elasticità e precisione che definimmo elefantina, impacciato anche dagli spessi occhiali». Alla fine, facendo lezione, si romperà un braccio. Nel su parlare, l’autrice coglie «seppure non troppo pesante, una cadenza meridionale. Ricordava l’accento delle zie napoletane». Viene la da chiedersi se il sicilianissimo La Malfa avrebbe gradito.

Delle cinque parti del libro, il capitolo Turchia è il più affascinante, quello dedicato a Roma il più divertente: Marella ha diciotto anni, la guerra è finita e «come se si fosse stappata un’immensa bottiglia di spumante, era scoppiata la pace». Al fratello Carlo, che ha fatto a tempo ad andare in montagna e a fare il partigiano, quella Roma «di cocchetti di mammi, infrattati nelle sacrestie, all’ombra dei conventi» invece non piace. «Aveva una tensione ideale che a me faceva difetto. Voleva un ricominciare pulito, un ordine nuovo che io non capivo». Lei sposerà Gianni Agnelli, lui fonderà il gruppo editoriale Caracciolo e l’Italia in cui viviamo è anche opera loro. Nel bene o nel male, decida il lettore.

Fonte: Il Giornale