Lo chiamavano «grande gioco», ma era una guerra senza fine per il controllo del globo. Una guerra combattuta dal Khyber Pass alle foci dell’Amu Darya, dalle vette dell’Hindu Kush ai deserti di Bukhara e Samarcanda.

Duecento anni dopo lo scontro infinito tra Londra e Mosca non è certo terminato. E non s’è neppure ridotto ad un triviale rissa tra ubriachi come potrebbero far pensare le battaglie tra tifosi scatenatesi prima e dopo la partita Russia e Inghilterra. Le selvagge scazzottate di Marsiglia sono solo l’immagine più greve di una rivalità mai svanita. La semplificazione popolare di un «grande gioco» combattuto non più nelle steppe centrasiatiche o nel subcontinente indiano, ma in mezzo a noi, nel cuore martoriato dell’Europa. Un’Europa da cui Londra minaccia di andarsene e in cui Mosca stenta a farsi accettare.

Un nuovo «grande gioco» pronto travolgere quel poco che resta di un’Unione troppo debilitata per sopportare l’uscita inglese e troppo debole per contrapporsi a Mosca. Basta sbirciare dietro le quinte di quel vertice di Bruxelles in cui i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno deciso ieri il rinnovo, per un ulteriore semestre, delle sanzioni anti-russe varate nel 2014. Un vertice paradossale preceduto – a sole 48 ore dal referendum sul possibile addio di Londra – dagli interventi di un segretario agli esteri britannico Philip Hammond instancabile nel rappresentare la Russia come principale minaccia per l’Europa e nell’ammonire i partner europei pronti a metter in discussione l’intransigenza inglese. «I russi – sbraita Hammond – conducono un loro gioco, francamente si tratta del vecchio giochino del divide et impera. Puntano su quelli più inclini per temperamento a prospettare un possibile ammorbidimento delle sanzioni e lo fanno esercitando pressioni e allettandoli. Ogni segno di revisione sarà interpretato come un segno di debolezza». Parole assai dure se a pronunciarle è il ministro di un’Inghilterra con mezzo piede fuori dalla porta europea. Parole a dir poco virulente se si pensa che tra i paesi «più inclini per temperamento» ad allungare una mano a Mosca non vi sono più solo l’Italia, la Grecia o l’Ungheria. Il primo a dimostrarsi assai «incline» è il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker che lo scorso giovedì rompe due anni di gelo partecipando al Forum Economico di Pietroburgo e stringendo la mano al «nemico» Vladimir Putin. E a far da coro a quel viaggio e all’ipotesi di un riavvicinamento a Mosca contribuiscono le parole del ministro degli esteri francese Jean-Marc Ayrault pronto a sostenere pure lui – dopo due anni di inflessibile contrapposizione franco russa – la necessità di una discussione «incentrata sul cosa fare in caso di progressi» sul fronte ucraino. E anche la piccola Slovacchia rinvigorita dal semestre di presidenza europea assegnatole a partire dal primo luglio spinge l’Europa verso la trattativa.

E segnali di aperta ostilità nei confronti di una Londra pronta a restaurare un clima da guerra fredda arrivano perfino dalla Germania dove il ministro degli esteri Frank-Walter Steinmeier critica duramente «chi pensa che le parate di carri armati al confine tra la Russia e la zona orientale dell’area degli Alleati aumentino i livelli di sicurezza». Ma la vecchia algida Albione non è certo nazione capace di farsi scrupoli per simili bagatelle. Fedele alla linea che negli ultimi dieci anni l’ha spinta ad accusare Vladimir Putin per la morte della spia Alexander Litvinenko e a concedere asilo a tutti i suoi peggiori nemici – dal defunto oligarca Boris Abramovich Berezovsky al separatista ceceno Akhmed Zakayev – Londra si prepara trasformare quel che resta dell’Europa nel nuovo teatrino del vecchio «grande gioco». E poco conta quanto decideranno giovedì i suoi sudditi. Sia che resti, sia che vada l’Inghilterra è ben decisa a trasformare l’Union Jack nella nuova bandiera del fronte anti-russo incoraggiando l’ostilità della Polonia, delle nazioni baltiche e di quanti identificano la Russia come il grande nemico. Anche a costo di smembrare e dividere quel poco che resta d’un Vecchio Continente chiamato Europa.

Fonte: Il Giornale