Volevano darla a Umberto Bossi, l’ha avuta invece Paolo Sorrentino. Maria Stella Gelmini, a suo tempo ministro delle scuole e delle Università, premeva per fare una cerimonia ma lui, il Senatur, orgoglioso del proprio diploma Radio Scuola Elettra – ottenuto per corrispondenza – bofonchiò un no rasposo: “Niente laurea, non la voglio”. Se l’è presa però Sorrentino la laurea e non certo da un ateneo albanese – nota meta incauta del Trota, il Bossi junior – ma dall’Università di Napoli. E’ un’istituzione antica di 800 anni quasi dove, con una liturgia di tocco e toga, la Giovinezza – la scorsa settimana – se n’è uscita laureata. Sorrentino, fresco di allori per il mancato Oscar per Youth, il suo ultimo e celebrato film, è stato addottorato – honoris causa, va da sé – in filologia moderna.

Anche Rosario Fiorello, beniamino di tutti, ebbe a incappare in una laurea honoris causa ma – gli si renda merito – alla facile vanità del pezzo di carta fece prevalere il rispetto per il titolo. E motivò cum laude il suo no, grazie: “Non sarebbe giusto nei confronti dei miei compagni di scuola. Loro sì che studiavano…”. La laurea honoris causa è solo un’estrema benemerenza a esaurimento di altri ninnoli. Un Mike Buongiorno, per esempio, già ricco di Telegatti, Giare d’Argento e Gondole d’oro, poteva ben farsi battezzare “dottore”. Mike, da laureato, concorreva oltretutto a confermare nel contrappasso tutta una fenomenologia scritta apposta su di lui da Umberto Eco (il più dotto tra i dotti, manco a dirlo, il più professore dei professori). La laurea honoris causa, nell’uso di mondo, è solo un’esca. E’ attraverso questa che i professori in cerca di vetrina s’aggiudicano un personaggio e – giusto il tempo di assolvere il rito – ne cavano l’evento. E nell’Italia dei paglietta “l’evento” è tutto. La laurea honoris causa, insomma, è il monumento al luogo comune. Assolve ogni ansia culturale, specie con un Sorrentino, cui evidentemente difetta l’ironia, prestato alla pena di una vicenda buona al più per un paglietta che per un maestro. Dovevate vederlo. Ecco, il maestro è stato fatto dottore: “L’università mi emoziona più del mondo del cinema”. Invece che prendersi la pergamena con mani divertite il regista ha esibito il labruzzo tremante: “Sono intimidito e lusingato”.

Certo, proprio lì, alla “Federico II”, un altro maestro fu fatto dottore. Nientemeno che Riccardo Muti. Consapevole però della burletta all’italiana, il neo dottore – pur ambasciatore della grande musica nel mondo – nello spartito della cortese bonomia seppe mantenersi maestro: “Guagliò’ siete arrivati tardi, al parcheggio il posteggiatore già mi ha fatto dottore”. Dovevate vederlo, viceversa, Sorrentino. In un carosello lento di presunzione, in una nube di pensieri gonfiati col phon, ha sdottoreggiato come se quella scena fosse veramente un esito di sapienza e scienza e non il tic rivelatore del provincialismo più bieco, a maggior ragione – con tutto quell’imparare senza studiare – riducendo a parodia ciò che altri raggiungono con fatica. Certo, si comminano i Nobel, si assegnano gli Oscar, e così può capitare di ritrovarsi con una laurea honoris causa tra capo e collo. Non si sarà mai abbastanza grati a Leo Longanesi: “Non basta rifiutare le onorificenze, bisogna anche non meritarle!”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano