Affrontare e risolvere con la politica i conflitti del Medio Oriente è forse l’unica ricetta per ridimensionare il terrorismo, anche quello prodotto all’interno degli Stati Uniti e dell’Europa che si ispira al radicalismo islamico. Non potevamo illuderci che dopo decenni di guerre che hanno coinvolto americani ed europei i guai dei vicini non entrassero in casa nostra: è per questa ragione che abbiamo speso oltre trent’anni a raccontarli sui media mentre stati come quello iracheno o siriano si stavano sgretolando. Oltre un decennio fa l’America voleva esportare con i fucili la democrazia, oggi come la Francia importa terrorismo e ha contribuito, con la complicità degli europei, alla destabilizzazione. Gli Stati Uniti sono lontani dal Medio Oriente soltanto geograficamente, in realtà le frontiere dei loro interessi sono a stretto contatto con quella regione, esattamente come con l’Europa orientale nei decenni della guerra fredda. Ma quando esistevano i due blocchi sfere di influenza e alleanze erano chiare, dopo il crollo del Muro e le guerre successive all’11 settembre le cose sono mutate e sono cambiate ancora di più quando la Russia è entrata nel campo di battaglia siriano. E con Putin devono negoziare: con chi altri sennò?

Gli Usa non si possono illudere di uscire dal caos mediorientale. Possono provarci ma con scarso successo. Basta vedere cosa è accaduto dopo il ritiro dall’Iraq deciso da Barack Obama: il Paese è precipitato di nuovo nel caos e nel 2014 a Mosul è stato proclamato il Califfato. Gli Stati Uniti non potevano certo restare estranei ai ribaltamenti delle primavere arabe e sono intervenuti anche in Libia dove adesso sono tornati con l’aviazione nella battaglia della Sirte. Truppe americane sono schierate in Iraq, corpi speciali sono in Siria, dove per altro sono state appena scacciati dalle milizie legate alla Turchia di Erdogan, un alleato della Nato ambiguo e quasi impresentabile. Per non parlare dell’Afghanistan dove ci sono ancora migliaia di soldati Usa, oltre ai nostri. Ma ancora: gli Stati Uniti hanno sette basi militari nel Golfo e la sesta flotta alla fonda in Barhein.

Gli interessi americani nel mondo arabo-musulmano sono strategici. Se è vero che lo shale oil ha liberato l’America dalla dipendenza petrolifera, gli Stati Uniti continuano a controllare il Golfo, che custodisce il 60% del petrolio mondiale e del gas, e anche il Mar Rosso dove passa il 40% del traffico marittimo globale. Non solo. Gli Stati Uniti sono i maggiori fornitori di armi nella regione: negli otto anni di presidenza Obama ne hanno vendute per 100 miliardi di dollari all’Arabia Saudita, impegnata nella guerra per procura in Siria e in quella in Yemen. Freschissimo il contratto da 38 miliardi con Israele che occupa dal 1967 i territori palestinesi e possiede 200 testate nucleari puntate contro l’Iran, pur non aderendo al Trattato di non proliferazione, come ci informa l’ex segretario di Stato Colin Powell. I sauditi e le monarchie del Golfo sono tra i maggiori finanziatori dei gruppi islamici radicali. Secondo alcune carte presentate al Congresso nell’11 settembre sono stati convolti persino esponenti religiosi vicini alla casa reale saudita. Ma la politica Usa filo-saudita, mossa da evidenti interessi economici e finanziari, non cambia. Verrebbe da dire con Frank Zappa che “la politica in Usa è soltanto la divisione intrattenimento del complesso industrial-militare”, cosa che per altro vale anche per la Russia, la Francia e la Gran Bretagna. L’America è una potenza atlantico-mediorientale sin dalla fine della seconda guerra mondiale quando ereditò la sfera di influenza del colonialismo britannico. Non è un caso che i sauditi finanzino il 20% delle campagna elettorale di Hillary Clinton, l’ex segretario di stato che aveva approvato il piano di Erdogan, sostenuto dalle monarchie, del Golfo, di abbattere il regime di Assad con l’afflusso di migliaia di jihadisti dal confine turco-siriano.

Tutti hanno usato i jihadisti, a partire dalla guerra in Afghanistan contro l’Urss negli anni Ottanta _ ispirata dagli Usa, pagata dai sauditi e manovrata dai pakistani _ fino ad Assad, quando si trattava di mettere sotto pressione gli Usa in Iraq. C’è da meravigliarsi se troviamo gente che fabbrica bombe con le pentole? Ogni giorno ne esplodevano a dozzine di simili in Afghanistan: erano diventati così specializzati che il capo di Al Qaida in Iraq, Musab al Zarqawi, importò dei “tecnici” per fabbricarle anche a Baghdad da usare contro le truppe americane o gli sciiti. L’ideologia jihadista che si è diffusa negli ultimi decenni fino a entrare mortalmente dentro l’Occidente si sconfiggerà solo con una politica migliore di quella condotta finora.

Con la crisi negli ultimi tre decenni degli stati nazione usciti dalla decolonizzazione – Iraq, Siria, Egitto, Libia, scivolati verso fallimentari autocrazie – si sono fatti strada il fanatismo religioso, il declino culturale e la barbarie. Gli interventi occidentali hanno reso questo processo di disgregazione ancora più disastroso come è avvento in Iraq dopo il 2003. L’Isis è l’apice di questa involuzione: più che una versione “pura” dell’Islam i jihadisti forniscono un franchising, che qui o negli Usa dà un etichetta al malessere individuale e di gruppo e riempie il vuoto lasciato dalle ideologie del Novecento. Il jihadismo galleggia sui nostri vuoti di senso e di politica.

Fonte: Il Sole 24 Ore