Mario Sironi è completamente pazzo, nevrastenico. Ne fa sommaria diagnosi Boccioni, nel liminare della loro amicizia, nell’anno esatto, il 1909, in cui Marinetti scocca il Manifesto del Futurismo a cui peraltro Sironi non aderisce subito. Sironi sta sempre in casa, chiuso in se stesso. «Non chiava più, non parla più, non studia più» si rammarica Boccioni «è veramente doloroso». Anche perché, ad onta della nuovissima avanguardia, «ci disapprova» e continua ad allenarsi sui gessi classici, «copiando anche per 25 volte una testa greca».

Nel 1913, Sironi si converte però al Futurismo, si innamora, si disinnamora – come suo carattere – si innamora di nuovo, frequenta Marinetti, Balla, Severini… partecipa alle mostre, alle serate, alle «azioni» più goliardiche. Nel 1914 alla declamazione del poema parolibero Piedigrotta di Cangiullo, nella Galleria Sprovieri di Roma, irrompe sulla scena già chiassosa con una banda indiavolata di «artisti nani» (Sprovieri stesso, Radiante, Depero) che calzano cappellini in carta velina suonando strumenti del folclore: il tofa, il triccheballacche, il putipù. La critica filologicamente più attenta gli attribuisce lo scetavajasse (lo svegliaservette) che – parole di Marinetti – «è la parodia geniale del violino… ridicolizza spiritosamente il virtuosismo musicale, Paganini Kubelik, gli angeli suonatori di viola di Benozzo Gozzoli, la musica classica, le sale di Conservatorio, piene di noia e di tetraggine deprimente». E sia.

Come racconta la storica dell’arte Elena Pontiggia in quella che è la prima vera, seria, documentata biografia dell’artista – Mario Sironi. La grandezza dell’arte, le tragedie della storia (Johan&Levi, pagg. 304, euro 28) la militanza futurista culmina con la prima guerra mondiale: 1915, si arruola al Battaglione Volontari Ciclisti compatto con gli altri (Marinetti, Boccioni, Funi, Sant’Elia, Russolo, Erba…), corso di addestramento a Gallarate, sgambata fino al fronte, a Malcesine (Verona), e a ottobre battesimo del fuoco a Dosso Casina sul monte Baldo. Sironi, nonostante la fase depressiva, l’ennesima, si fa valere pur nelle condizioni proibitive, freddo e pioggia, penuria di acqua e viveri; alla fine l’esito della battaglia è vittorioso. Quando nel dicembre il battaglione viene sciolto, firma il manifesto L’orgoglio italiano di Marinetti, in cui si dice che l’arte è sinonimo di «eroismo morale e fisico» e che gli artisti hanno il dovere di combattere.

Con la fine della guerra, tra una crisi e l’altra, il matrimonio con Matilde, una povertà testardamente inseguita alla maniera dei veri artisti, Sironi sbarcato a Milano fa l’incontro della vita. O meglio due incontri decisivi. Con Margherita Sarfatti, una Peggy Guggenheim ante litteram , che alleva un gruppo di eterogenei pittori nel suo salotto in corso Venezia 93 (Bucci, Tosi, Martini, Dudreville, Marussig…). E con Mussolini di cui diventerà fedele amico. Lo stesso Duce anni dopo racconterà: «Marinetti mi aveva detto presentandomi Sironi: “Non ti tradirà mai”». Così fu. Sironi collabora freneticamente al Popolo d’Italia come illustratore (Carrà lo sbertuccerà come un semplice «caricaturista»), partecipa alla marcia su Roma, abbraccia il Fascismo di cui sarà massimo interprete nel campo dell’arte e di cui pagherà, in seguito, l’adesione con una damnatio memoriae solo interrotta da qualche critico illuminato e da qualche rara mostra all’estero. Il 25 aprile 1945 è fermato da una brigata partigiana e salvato dall’intervento di Gianni Rodari.

I suoi lavori, per esempio lo splendido bassorilievo per il palazzo del Popolo d’Italia (in piazza Cavour a Milano) viene invece preservato dalla distruzione addirittura per volere di Togliatti. Ma sono anni bui, quelli del Dopoguerra, il suicidio della figlia Rossana diciottenne nel luglio 1948 chiude, di fatto, un’esistenza complicata anche se fino all’ultimo agitata da una costante passione per la pittura. Sironi muore in solitudine nel 1961 alla vigilia di Ferragosto, in una clinica di Milano. Aveva 76 anni essendo nato nel 1885 a Sassari da famiglia di architetti.

Nel mezzo la pittura, specialmente entre-deux-guerres , coltivata maniacalmente tra le prime tentazioni futuriste, l’interesse per le cadenze metafisiche di De Chirico e Carrà, infine nel 1922 l’invenzione del Novecento Italiano e la volontà del Ritorno all’ordine: un ritorno alla pittura classica filtrato da una modernità assoluta. Sono di questi due decenni i capolavori, per rigore e senso del sacro, che lo fanno uno dei grandissimi artisti del ‘900. Nascono le città sironiane, i paesaggi urbani in cui l’architettura dei palazzi trova perfetta compostezza tra rigore geometrico e coloristico. Di questi due decenni anche le grandi pitture murali, i monumentali e i solenni affreschi e mosaici tra cui L’Italia corporativa , che fu presentato nel 1937 all’Esposizione Universale di Parigi come contraltare a Guernica . E che proprio oggi, in esclusiva, può essere visitato accompagnati dalla sua biografa, Elena Pontiggia.

Oggi a Palazzo dell’Informazione in piazza Cavour a Milano (ore 18) presentazione del libro e visita riservata al mosaico L’Italia corporativa .

 

Fonte: Il Giornale