Nessuno può vincere la guerra in Siria, solo la diplomazia è in grado di risolverla: così ripetono da mesi nelle cancellerie internazionali. Sappiamo che non è così. Bashar Assad era sull’orlo del baratro nel 2013, quando minacciavano di bombardarlo francesi e americani, poi i russi lo hanno salvato intervenendo nel settembre dell’anno scorso. I Pasdaran iraniani combattono ad Aleppo, oltre che nelle pianure irachene, gli Hezbollah hanno conquistato le montagne del Qalamoun a ridosso del Libano, i curdi si sono ritagliati la loro zona autonoma nel Rojava, l’Isis ha perso quasi il 30% del territorio ma continua a controllare vaste aree e alcune linee di collegamento strategiche.

Chi ha ottenuto qualche cosa lo ha fatto con le armi in pugno e talvolta negoziando con il nemico sul campo, inutile girarci intorno, come sanno bene migliaia di profughi in fuga dal regime o dai jihadisti che forse un giorno dovranno tornare in un casa che non c’è più oppure occupata da altri.
Le stesse tregue negoziate a ripetizione per “scopi umanitari”, come accade a Vienna tra Usa e Russia, servono alle parti in conflitto per riorganizzarsi e riavviare nuove offensive. Le popolazioni sono uno strumento del conflitto, ostaggi da manovrare. Altrimenti non si spiega come mai Aleppo che sembrava caduta nelle mani dei lealisti continui a essere un feroce campo di battaglia. I rifornimenti ai ribelli arrivano da Nord, dalla Turchia, che un giorno dice di fare la guerra all’Isis e un altro bombarda i curdi. La Turchia è nervosa e ne ha qualche motivo. I russi la tengono sotto tiro con i missili, i curdi siriani costituiscono un incubo strategico che si riflette nel cronico conflitto interno con il Pkk che dura da oltre trent’anni.

Questa è diventata una guerra di conquista territoriale e di posizionamento che si incrocia con le trattative diplomatiche. L’obiettivo dei protagonisti e dei loro sponsor internazionali è quello di ritagliarsi delle aree di influenze: la guerra in Siria ma anche in Iraq forse non porterà a nuovi confini, complicati da tracciare e negoziare sul piano internazionale, ma è già da tempo una sanguinosa spartizione in zone militarizzate e linee di faglia etniche, religiose, settarie e culturali tra arabi, turcomanni, curdi, persiani, sunniti, alauiti, sciiti, solo per limitarci alle suddivisioni principali.

La Turchia, per esempio, minaccia regolarmente di entrare in territorio siriano per creare una sua “fascia di sicurezza”: qui potrebbe fare ciò vuole, sistemare dei rifugiati siriani, aprire linee di passaggio per i ribelli e i jihadisti con cui aveva stretto alleanze in questi anni. È ancora difficile prevedere quando e come ci sarà un’offensiva contro il Califfato per Raqqa in Siria e per Mosul in Iraq ma queste operazioni non verranno scatenate se non con accordi preliminari. Mosul è un rompicapo: non può essere conquista dalle milizie sciite o dai peshmerga curdi ma da un esercito nazionale che abbia per lo meno una componente sunnita e araba.

Ma soprattutto c’è da capire che cosa accadrà se davvero gruppi jihadisti come Isis e Jabat al Nusra verranno battuti. Dove finiranno i combattenti? Verranno chiuse le vie di fuga e che fine faranno i prigionieri, in particolare la numerosa legione dei foreign fighters? E come verranno reintegrati nella società siriana o irachena, che peraltro non esistono più da un pezzo? Questi sono gli interrogativi che si pongono russi e americani, soprattutto quest’ultimi che hanno già sperimentato il caos in Afghanistan e Iraq. O meglio: speriamo che se lo chiedano perché oggi tutto questo è un problema di sicurezza più europeo che loro.

La spartizione in aree di influenza vuol dire che l’Iran non rinuncerà al controllo su Damasco perché l’asse con Baghdad, Assad e gli Hezbollah libanesi permette alla repubblica islamica di attraversare il Medio Oriente dalla Mesopotamia al Mediterraneo, la maggiore proiezione strategica della Persia contemporanea che neppure lo Shah, alleato degli Usa, si poteva permettere di immaginare.

La rivalità sciiti-sunniti è destinata continuare, soprattutto tra Teheran e l’Arabia Saudita: gli iraniani hanno esplicitamente affermato che la “fascia di rispetto” dei loro confini penetra 40 chilometri dentro al territorio iracheno. Il sostegno iraniano ad Assad, sul quale in prospettiva i russi non sono del tutto d’accordo, e la presenza dei gruppi filo-sauditi in Siria saranno un altro rompicapo. Come del resto la sistemazione dei sunniti in Iraq, la cui emarginazione è stata la causa principale del disastro del dopo Saddam, ha generato il Califfato e la trasformazione del Baath in un’organizzazione terroristica e di guerriglia mentre quello siriano, monopolizzato dal clan alauita di Assad, paradossalmente è ancora al potere. Con quali partiti, che non siano settari, avremo un futuro politico nella regione?

La spartizione del Siraq in aree di influenza difficilmente sarà la fine della storia. In primo luogo i nuovi e precari equilibri, se mai ci saranno, dovranno fare i conti con le alleanze degli Usa con i sauditi e le potenze sunnite, con la Turchia, Paese membro di una Nato che si oppone alla Russia sul fronte europeo dell’Est. E quale sarà il destino dell’accordo con Teheran sul nucleare, detestato da Tel Aviv e Riad, nella nuova amministrazione americana? Israele scalpita e vede nella frantumazione della Siria una buona occasione per sottomettere le alture del Golan: consolidare un’occupazione e magari estenderla. Da questo punto di vista la distensione dei rapporti diplomatici con la Turchia, in progresso, potrebbe muovere altri eserciti sul campo.

La Turchia stessa è a un bivio strategico: il conflitto con il Pkk si è allargato ai curdi siriani, la stessa coesione interna basata sul nazionalismo e l’identità turca potrebbe essere messa alla prova dal fallimento di piani neo-ottomani di Erdogan. La storia del Medio Oriente, a cento anni dagli accordi di Sykes-Picot che definirono le aree di influenza anglo-francesi non finisce qui ma passa da accordi che per ora appaiono assai più labili di quelli di un secolo fa.

Fonte: IlSole24Ore