Quanto sta accadendo è la morte della porta accanto, il massacro del vicino di casa, questa non è una guerra lontana: 65 chilometri ad Aleppo indica il cartello stradale al confine della Turchia, quella Turchia con cui l’Unione Europea ha firmato un accordo, in cambio di soldi e visti, per rimbalzare i profughi siriani dall’Egeo all’Anatolia. Medici senza Frontiere si chiede dove sia finita l’indignazione per il massacro all’ospedale Al Qods di Aleppo, 27 i morti qui e più di 30 in altri attacchi, decine di feriti in un bombardamento aereo di cui Damasco rifiuta la responsabilità, così come i russi che respingono ogni accusa. Secondo lo staff dell’ospedale l’edificio è stato colpito da due barili bomba, generalmente utilizzati dall’aviazione di Assad. È questo il secondo bombardamento dell’ospedale dal 2015, ma ora sta avvenendo nel pieno dell’offensiva delle truppe lealiste contro quelle dell’opposizione. Staffan de Mistura, l’inviato speciale delle Nazioni Unite che ha definito il raid un «crimine di guerra», ha fatto appello a Barack Obama e a Vladimir Putin perché si mobilitino per salvare l’accordo per il cessate il fuoco, ormai «praticamente morto».

Aleppo è decimata: prima della guerra contava 2,3 milioni di abitanti, ne sono rimasti 250mila, non più di 70-80 i medici, il 95% è fuggito dall’assedio. Già un anno fa una delle città più antiche e suggestive del Medio Oriente appariva un cumulo di macerie, dalla Qalat, la cittadella, alla moschea degli Omayyadi, alle mura. Scavando tra le macerie dell’”ex Siria” tra qualche anno sembrerà persino anacronistico parlare di “responsabilità” e indagare su vincitori e vinti di un conflitto che coinvolge tutte le potenze regionali e internazionali.

E dove è finito il cessate il fuoco di febbraio, che è un eufemismo diplomatico definire ancora “una fragile tregua”? Sin dal primo momento ne erano esclusi l’Isis, lo Stato islamico, e Jabat al Nusra, la filiale siriana di al-Qaeda. Ma la battaglia non è mai stata realmente sospesa perché le fazioni anti-Assad non hanno certo deposto le armi, così come il regime si è lanciato alla riconquista del territori perduti in cinque anni, continuando a stringere l’assedio sulle aree ribelli, e ora il conflitto rischia di diventare ancora più ampio: dopo l’intervento della Russia a sostegno di Assad adesso sono scesi in campo gli americani con le truppe speciali schierate nella zona curda.

In Siria si continua a combattere, anzi sta per cominciare il secondo round della guerra per decidere il futuro di un territorio conteso da qui all’Iraq. Tutti i membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, tranne la Cina, sono più o meno direttamente coinvolti sul terreno: in un certo senso si sta avverando la facile profezia già di qualche anno fa che il conflitto siriano, oltre a essere una guerra per procura tra l’Iran e le potenze sunnite, è una sorta di guerra mondiale in pectore.

Con effetti da guerra mondiale, sia sotto il profilo della sicurezza – il terrorismo entrato nella casa europea – che umanitario, con masse di profughi e ondate di destabilizzazione mediorientale destinate a durare anni, se non decenni come dimostra la sorte dell’Iraq dove ieri è arrivato a sorpresa il vicepresidente americano Joe Biden. Giorno dopo giorno, appare sempre meno credibile la dichiarazione di Obama che la «Libia nel 2011 è stato il maggiore errore» della sua amministrazione: il cuore del problema è qui, tra l’Iraq e la Siria, non a Tripoli o a Bengasi. La Libia si può forse contenere, le guerre contemporanee della Mesopotamia durano dal 1980 e non se ne vede la fine. Non solo, la strategia del “doppio contenimento” tra sciiti e sunniti è ormai franata: con la Siria, le potenze regionali e i gruppi radicali islamici hanno portato la guerra in Europa. Le conseguenze le vediamo nella balbettante politica estera di Bruxelles e nelle puerili sindromi nazionaliste e xenofobe che percorrono il continente.

Tutto questo è la Siria: 22 milioni di abitanti, di cui 11 hanno perso la casa o si sono rifugiati all’estero (4,5 milioni), oltre 250mila morti, due milioni di bambini a rischio, 250 miliardi di dollari di danni secondo il Syrian Center for Policy Research. Può essere considerata questa una guerra lontana?

Fonte: Il Sole 24 Ore