Nahr al-Asi in arabo vuol dire il fiume ribelle. Se dalle dolci colline del confine turco–siriano si gettasse uno sguardo all’orizzonte non si potrebbe credere che la guerra siriana abbia un senso. Da un lato c’è la costa mediterranea, così familiare al nostro sguardo, una linea azzurra ondulata di rocce scure che si alternano a spiagge di sabbia bianca. Dall’altro ci sono gli ulivi che da secoli resistono alle tempeste e i salici che ondeggiano al vento sulle rive dell’Oronte, il fiume che a differenza di tutti gli altri della regione scorre da Sud a Nord: nasce a Baalbek nel cuore della valle libanese della Bekaa, e sfocia ad Antiochia in Turchia. Lungo il suo percorso siriano l’Oronte bagna città come Homs, Hama, Aleppo, dove un tempo le norie, le ruote idrauliche, portavano le acque nelle case e nei giardini.
Questo mondo, questo paesaggio, queste città e i loro abitanti non ci sono più, inghiottiti dalle tenebre di un confitto che dura da cinque anni. La bozza di accordo di cessate il fuoco definita da Stati Uniti e Russia ricalca quella già fallita a Monaco e ha dei tratti surreali. Prima di tutto la tregua non si applica all’Isis e a Jabat al-Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda e alle altre formazioni della guerriglia, comprese quelle sostenute da turchi e sauditi, che non l’accetteranno entro venerdì a mezzogiorno. In secondo luogo il ministro turco degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, che ieri ha incontrato il collega italiano Paolo Gentiloni, ha dichiarato che per la Turchia i curdi siriani sono terroristi e quindi continuerà a colpirli adombrando un intervento di terra.
In pratica la tregua è così selettiva che si può parlare di una guerra che continua con un tragico menù alla carta. Ognuno può scegliersi il proprio nemico: un cessate il fuoco con il fuoco. La guerra in Siria non ha divorato solo le vite di 450mila siriani e provocato milioni di profughi ma è un conflitto che lacera interi popoli e nazioni e che non si sa più neppure come giustificare: non ci sono né ideologie, né religioni, né gli interessi strategici che possano dare un senso, se mai ce ne fosse uno, a una carneficina senza fine.
Eppure ogni giorno crediamo di avere una giustificazione razionale. Anche l’Isis, che ha perso in un anno quasi il 30% del territorio, segue la sua logica con gli attentati di Damasco e Homs, 150 morti, centinaia di feriti: colpire per la terza volta il mausoleo di Zeynab, la nipote di Maometto, vuol dire colpire una delle personalità venerate dagli sciiti. Per di più in un luogo dove è sepolto dal 1978 Alì Shariati, allievo di Fanòn alla Sorbona, ideologo della rivoluzione del 1979, la cui orazione funebre fu pronunciata dall’Imam Musa Sadr, l’ayatollah scomparso nelle prigioni di Gheddafi che nel 1973 diede agli alauiti di Assad la patente di veri musulmani, considerati dai sunniti dei miscredenti.
Così come la Turchia del presidente Erdogan ha la sua logica: fallito il tentativo di abbattere Assad, sostenuto da Russia e Iran, ora Ankara ha l’obiettivo di contrastare l’avanzata di curdi siriani.
Ma le logiche della geopolitica sono perverse, una sorta di tragico ballo in maschera. Assad, l’autocrate alauita, oggi si presenta come il paladino della lotta ai jihadisti mentre Erdogan e il governo turco, alleati della Nato e degli Usa, avrebbero gestito il confine con la Siria con «un emiro dello Stato islamico», secondo l’accusa lanciata da Cumhurriyet, quotidiano dell’opposizione il cui direttore Can Dundar e il caporedattore Erdem Gul sono in carcere per avere documentato il passaggio di armi dalla Turchia alla Siria con l’aiuto dell’intelligence turca. Il giornale pubblica il contenuto di alcune intercettazioni del 2014 tra ufficiali dell’esercito con Mustafa Demir indicato come un jihadista turco complice in traffici armi e attentati. L’Occidente e l’Europa nella tragedia siriana hanno viaggiato in pessima compagnia ma, siccome Erdogan si tiene due milioni e mezzo di profughi, non hanno neppure il coraggio di ammetterlo.

Fonte: IlSole24Ore