Sono pochi quelli che credono nel successo dei negoziati di pace in Siria. Rispetto a chi c’è oggi a Ginevra si nota di più chi non è venuto: per esempio l’opposizione islamista sostenuta dai sauditi, i curdi siriani del Rojava, quelli della resistenza eroica di Kobane al Califfato tanto per intenderci, non invitati al tavolo perché osteggiati dalla Turchia. Ci sono duemila fazioni in guerra in Siria e l’unica differenza è tra chi combatte per la sopravvivenza e chi soltanto per i propri interessi: e spesso non c’è distinzione. Come nella guerra civile del Libano negli anni Ottanta e da sempre in Afghanistan comandano i signori della guerra.

Ma le possibilità di accordo sono ancora inferiori rispetto a Libano e Afghanistan: qui in Siria si è combattuto per l’eliminazione totale dell’avversario con l’intervento di combattenti stranieri, i jihadisti di Al Qaeda e dell’Isis, delle potenze regionali come Iran, Turchia, Arabia Saudita, e ora delle superpotenze.

Dopo la discesa in campo della Russia il 30 settembre scorso, il regime di Bashar Assad si è rafforzato e appare assai improbabile che possa essere sbalzato dal potere come volevano il fronte sunnita, l’Arabia Saudita e la Turchia. Erdogan paga i suoi calcoli sbagliati e rischia di essere escluso dal Nord della Siria a meno che non intervenga militarmente, cosa che gli Stati Uniti potrebbero non gradire.

Le labili chance di soluzione passano soltanto da un’intesa tra Washington e Mosca che qui sono in uno strano rapporto di collaborazione e di concorrenza. Russi e americani per esempio sostengono insieme i curdi siriani con l’aviazione contro l’Isis ma Mosca appoggia soprattutto Assad contro qualunque opposizione, mentre gli Usa devono fare i conti con le mire dei loro alleati sunniti, Riad e soprattutto Ankara, membro della Nato.
Quali sono le possibilità di una soluzione diplomatica? «La crisi siriana, che poi è strettamente connessa all’Iraq, si risolverà sul campo di battaglia non nei corridoi della diplomazia», dichiarava qualche giorno fa sull’”Independent” Fuad Hussein, capo di stato maggiore del Kurdistan iracheno di Massud Barzani.

Questo significa che continuerà anche la crisi umanitaria e dei profughi. Questa tragedia umanitaria nel momento in cui Schengen e l’Europa vanno in crisi riguarda direttamente l’Unione. Dei 22 milioni di abitanti della Siria, la metà ha dovuto lasciare le proprie case: sono milioni i rifugiati interni, oltre 5 i profughi all’estero, di cui 2,2 in Turchia, un milione in Giordania, oltre un milione in Libano. Queste sono le cifre, cui si aggiunge un altro dato: oltre 4 milioni di siriani hanno bisogno di aiuti umanitari e non si riescono a raggiungere. Se i negoziati riuscissero a definire qualche tregua a livello locale – un cessate il fuoco è quasi impossibile – forse ridurremo il numero dei morti (circa 300mila) e quello dei profughi aprendo dei corridoi umanitari.

Senza farsi troppe illusioni: l’economia della Siria è stata disintegrata. L’80 per cento della popolazione è sotto la soglia di povertà e i costi di un’eventuale ricostruzione sono stimati dieci volte di più di quanto gli Stati Uniti abbiano speso in Iraq. Il regime di Assad sopravvive con gli aiuti esterni della Russia e dell’Iran, le milizie islamiste con i traffici, gli aiuti dei Paesi del Golfo e della Turchia, il contrabbando di ogni bene possibile, petrolio incluso, e soprattutto l’esazione di una popolazione allo stremo, affamata e assediata. Il problema della Siria è che gli attori in questo campo di battaglia sono troppo deboli per vincere e ancora troppo forti per perdere.

Fonte: Il Sole 24 Ore