Due articoli che pubblicai 15 anni fa nel 2001 sugli effetti dell’uranio impoverito su militari e popolazione. Nel 1991 ero in Iraq, nel 1999 seguii sul posto la guerra in Kosovo: fu qui che, dopo essere entrati in territorio kosovaro a seguito del ritiro dei serbi, i militari della Nato ci dissero di non toccare nulla dei residuati bellici: troppo pericoloso. Qualche tempo dopo cominciarono le morti misteriose. Il Pentagono per i soldati Usa più di vent’anni fa aveva già dovuto pagare 150 milioni di dollari di risarcimenti alle famiglie dei reduci dal Kuwait.
La Corte d’Appello di Roma ieri ha confermato la condanna per “condotta omissiva” al Ministero della Difesa, per non aver adeguatamente protetto il caporalmaggiore Salvatore Vacca, morto a 23 anni di leucemia linfoblastica per le esposizioni a uranio impoverito durante la missione in Bosnia nel 1998 e nel 1999. Stabilito anche un risarcimento di 2 milioni di euro alla famiglia.

Data : 04-01-2001: IL SOLE 24 ORE

Alberto Negri – L’esperto dell’Enea

Come in tutte le guerre si è replicata nei Balcani una vecchia e dolorosa storia, quella dei residuati bellici. Ma questa volta è stata avvelenata dagli effetti dell’uranio impoverito, il cosiddetto depleted uranium, in sigla Du. Le conseguenze sulla salute sono ancora incalcolabili, forse però non del tutto imprevedibili. Le racconta il fisico dell’Enea di Bologna Paolo Bartolomei, il primo laboratorio italiano che più di un anno e mezzo fa aveva già raccolto prove significative sull’uso di armi all’uranio impoverito nel conflitto del Kosovo.
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Soltanto l’esame di questo potrebbe dare alcune certezze sulle conseguenze dei bombardamenti all’uranio. . L’Enea aveva elaborato un rapporto sulla contaminazione nucleare pochi mesi dopo la fine del conflitto analizzando reperti inviati dall’Università di Belgrado. . I campioni prelevati sono stati analizzati oltre che dall’Enea, dal laboratorio militare del Cisam di Pisa, dall’Università di Urbino e dall’Anpa di Roma: i dati finali sono del 2 gennaio.
Il risultato è sorprendente: il livello di contaminazione nucleare nei punti di impatto è , anzi . La spiegazione è semplice e drammatica: i kosovari, raccogliendo i residuati, hanno in qualche modo “ripulito” i punti di impatto. Ciò non toglie che l’uranio impoverito non continui a lavorare con effetti negativi sulla salute: ma difficile stabilire come e se i militari siano rimasti contaminati senza un’indagine epidemiologica sulla popolazione civile esposta alle radiazioni. Come non sono chiari gli effetti di altri agenti inquinanti: dalla raffineria di Pancevo sono uscite 1500 tonellate di cloruro di vinile, il quantitativo scaricato in 10 anni da tutta l’industria europea.
Un missile Tomawhak caricato a uranio penetra in 10 metri di calcestruzzo come nel burro, un proiettile Du distrugge un carro armato incendiandolo alla temperatura di 5mila gradi. Armi micidiali che lasciano prevedere un futuro bellico ancor più devastante. Ma quale futuro? Un giorno ad Albert Einstein, il più grande scienziato del secolo scorso, fu chiesto con quali armi sarebbe stata combattuta la terza guerra mondiale: .
Alberto Negri

Data: 09-01-2001 IL SOLE 24 ORE

Alberto Negri -Golfo e Balcani: stessa

Non ci libereremo facilmente dall’incubo di questo inverno chimico e radioattivo che soffia dai Balcani. E neppure c’è da sperare di ottenere presto spiegazioni plausibili per le morti sospette dei militari impegnati in Bosnia. L’unico precedente è la sindrome del Golfo che dopo dieci anni si riassume in queste cifre crude: negli Stati Uniti si sono ammalate 132mila persone, quasi un veterano su cinque, 26.500 di malattie sconosciute, non diagnosticate. Malati di uranio? Di inquinamento chimico? Di farmaci sperimentali, di vaccinazioni a oltranza? O di tutto questo insieme, una sorta di cocktail micidiale? Finora non è stata data nessuna risposta certa.
Scienziati e studiosi di tutto il mondo, tra questi anche gli italiani, stanno cercando di penetrare l’imbarazzante mistero che circonda gli effetti “collaterali” della . A Roma viene presentato oggi il rapporto di un Comitato di scienziati di Enea, Politecnico nucleare di Torino, Università la Sapienza, Osservatorio Astronomico di Roma, Università di Bologna, in cui si afferma che il grande imputato, l’uranio impoverito Du, <è soltanto la punta dell’iceberg delle conseguenze del conflitto nei Balcani>.
Nella sola guerra del Kosovo la Nato ha consumato l’equivalente del 7% della produzione mondiale annuale di petrolio, ha bombardato e distrutto 16 tra raffinerie e impianti chimici, 39 centrali di energia, 7 impianti industriali. Nell’ambiente si sono riversate migliaia di tonnellate di mercurio, diossina, ammoniaca, cloruro di vinile, metalli pesanti, idrocarburi. Tutti questi composti chimici, nessuno escluso, sono agenti cancerogeni. Neppure le autorità jugoslave hanno enfatizzato queste conseguenze dei bombardamenti: quando Milosevic era al potere si preferiva battere la grancassa sulla ricostruzione dei ponti. Ma oggi le autorità di Pancevo ammettono che nell’ultimo anno e mezzo i casi di tumore sono quintuplicati.
La sindrome dei Balcani, altra conclusione del rapporto, mostra un’affinità con la sindrome del Golfo. Attribuire solo all’uranio impoverito l’epidemia che ha colpito le truppe che parteciparono a Desert Storm non appare realistico. Diversi studi propendono per affermare che la sindrome è stata il risultato di concause: inquinamento chimico e batteriologico, uso di armi all’uranio Du, stress, disordini alimentari. Inoltre possono aver contribuito i vaccini inoculati ai soldati.
E anche una buona dose di superficialità. Basta pensare a cosa successe il 4 marzo 1991 quando alla frontiera irachena fu fatto saltare il bunker di Kamisiyah, pieno di armi chimiche micidiali come il gas sarin. Nella videocassetta visionata dal Congresso Usa si vede il pennacchio di fumo levarsi dal bunker mentre le truppe in maniche di camicia osservano tranquillamente a breve distanza. Improvvisamente il vento gira e la nube tossica raggiunge i soldati prima che abbiano il tempo di afferrare le maschere. Il Pentagono ha ammesso che gli avvertimenti sull’esistenza di un deposito chimico non arrivarono mai al battaglione di Kamisiyah.
Il Pentagono è stato costretto a stanziare 150 milioni di dollari per individuare l’origine della sindrome del Golfo: sono state elencate 33 cause possibili, tra cui ovviamente l’uranio Du. I tre quarti delle forze di liberazione del Kuwait (540mila uomini su 700mila) sarebbero stati a contatto con equipaggiamenti contaminati da particelle radioattive. Sono raddoppiati i risarcimenti alle vittime ma il numero dei malati continua ad aumentare.

Fonte: IlSole24Ore