La tensione dell’uomo moderno verso il di là del limite è stata raccontata con particolare efficacia nel Faust di Goethe, opera che ha enormemente influenzato il pensiero moderno (Nietzsche, Spengler, Jung, e molti altri). Faust è a sua volta un prodotto dell’inconscio collettivo, di lui esistono diverse narrazioni precedenti a quella di Goethe, non sempre attribuibili con precisione.

È spesso un alchimista, a volte medico, qualcuno che cerca la saggezza ed anche la ricchezza e il potere. È un personaggio notturno, la sua luce non è quella solare, calda, ma quella incerta della luna, del femminile. Così lo vede il poeta Dino Campana: Faust alzava gli occhi ai comignoli delle case che nella luce della luna sembravano punti interrogativi. Alza gli occhi interrogando il cielo, ma nella sua ricerca, anche elevata, costeggia gli abissi, e a volte vi precipita.

Annoiato dalla vacuità di tutte le cose vissute, Faust pattuisce con Mefistofele, il diavolo, di lasciargli l’anima se le cose straordinarie che l’altro gli offrirà riusciranno a farlo decidere di rimanere, lui che è sempre in ricerca di altro, di andar via.

Faust, infatti, non sta mai fermo, vuole sempre di più, vuole altro, vuole meglio. Non sopporta regola, confine, contenimento. È eccesso di desiderio, de/sidera, soffre la distanza dall’alto. La sua lontananza dal cielo, e il soffrirne la mancanza, lo spingono nelle braccia mortifere di Mefistofele. Faust è l’uomo moderno con tutta la sua intelligenza. Ed anche la sua vertiginosa stupidità.

Il primo dono che Faust riceve dal diavolo è quello di una ritrovata apparenza di giovinezza. Mefistofele gliela dona nel modo più ridicolmente diabolico: con un filtro preparato da una vecchia e orrida strega di cui sia Faust che il diavolo ridono. Alle proteste dell’intellettuale Faust contro «queste assurdità, gesti da pazzi, imbroglio volgare», Mefistofele replica: «Se vuoi ringiovanire c’è, certo, anche un mezzo naturale. Ma sta scritto in un altro libro, ed è un capitolo curioso». E a Faust che chiede: «Voglio conoscerlo», risponde: «Non richiede né denari, né medico o incantesimi. Vai nel campo, ti metti a zappare e vangare… mangi i cibi più semplici: è il miglior mezzo per conservarti giovane fino a ottant’anni». Faust replica: «Non ci sono abituato, non so piegarmi a tener la vanga in mano. Una vita così ristretta non fa per me». La risposta di Mefistofele alle pretese di Faust è realistica. Per soddisfare il bisogno di rinnovamento (simboleggiato nella richiesta di giovinezza), è necessario rimettersi nel ciclo vitale della natura (zappare l’orto e mangiare cibi semplici, viventi) con impegno e fatica. Faust però, l’uomo moderno incalzato dalla fretta e viziato dall’ambizione e dall’abbondanza, non se la sente. Grazie alla sua intelligenza e alle sue conoscenze scientifiche, non ha mai sperimentato la fatica fisica. Quindi beve la pozione della megera. Che come molti artefatti chimici, come le moderne pillole di giovinezza (azzurre, gialle o di altri colori), risolve la domanda di giovinezza suscitando in lui un’irrefrenabile pulsione sessuale di fronte alla prima ragazza che passa. La povera e innocente Margherita (così si chiama il malcapitato oggetto del desiderio) verrà subito messa incinta da Faust, e rapidamente lasciata per una fumosa versione rediviva di Elena di Troia. Rianimata per l’occasione in tutta la sua bellezza da Mefistofele per cercare di riuscire a carpirgli l’anima.

Il ritrovare l’apparenza della giovinezza di Faust non è l’antica aspirazione a sconfiggere la morte presente da sempre nell’inconscio collettivo dell’uomo (ma anche nelle coscienze più apprezzate, come testimoniano tante dichiarazioni di scienziati contemporanei). Fin dal terzo millennio prima di Cristo, l’epopea babilonese aveva già raccontato, coi versi incisi sulle tavolette d’argilla, che il re eroe Gilgamesh andò su indicazione di un saggio fino in capo al mondo per trovare, sul fondo del mare, l’erba che assicurava a chi la mangiava una vita eterna (ma poi fatalmente la perse).

Quella di Faust, come le moderne ricerche di giovinezza che essa anticipa, non ha questo spessore metafisico. Non osa affrontare la morte, che è sorella della vita. Si accontenta piuttosto, e subito, di un’apparenza di giovinezza, accompagnata da un desiderio irrefrenabile.

Immagine, eccitazione, euforia: questi sono i suoi scopi, che anche una strega male in arnese, una farmacia ben fornita, o un pusher da strada o da discoteca, sono in grado di soddisfare. Faust, con la sua voracità desiderante, anticipa la società degli eterni adolescenti che il poeta e psicologo americano Robert Bly ci ha raccontato già alla fine del secolo scorso.

La sfrenatezza faustiana va al di là della ricerca di un’immagine di giovinezza e di energie adolescenziali. Nella seconda parte dell’opera troviamo Wagner, un suo allievo più giovane (quindi anche immagine del Faust del futuro), che confida a Mefistofele, appena entrato nel loro laboratorio: «Qui si fabbrica un uomo!». Il diavolo, che non vede intorno né donna, né uomo, reagisce con una battuta: «E quale mai coppia di amanti rinchiudeste nel buco del camino»? Ma Wagner lo deride: «Quell’antiquato modo di generare è ormai solo una ridicola farsa». Una cosa da bestie che si può continuare a fare se proprio si vuole, ma «ciò che era prima un mistero della natura noi oggi osiamo costruirlo con metodi solo razionali». A questo punto Wagner mostra la provetta dove già si scorge «un omino garbato che fa gesti». E dopo poco saluta l’alchimista, chiamandolo babbino, e Mefistofele, col quale anche non nasconde di avere una certa parentela, visto che lo chiama: cugino.

Fonte: Il Giornale