Gli italiani, notoriamente vessati da un fisco predatorio, meriterebbero qualche spiegazione che mai nessuno si è sognato di fornire loro. Alcuni giorni fa si è appreso senza soddisfazione che il nostro gigantesco debito pubblico è salito a 2.200 miliardi circa. Una cifra spaventosa, causa primaria della nostra debolezza, visto che esso comporta il pagamento annuale di interessi elevati, senza i quali avremmo denaro a sufficienza per superare la crisi che ci attanaglia da tempo. Vabbè. Tutto sommato questa non è una novità, anche se non comprendiamo perché da 20 e passa anni siamo asfissiati da detto problema senza riuscire a risolverlo, nemmeno in parte.

Ogni nuovo governo afferma di voler tagliare la spesa pubblica, costringe i cittadini a versare tasse crescenti e, nonostante ciò, il succitato debito continua ad aumentare. Misteri della democrazia. Silvio Berlusconi fu obbligato ad abbandonare Palazzo Chigi perché le cose finanziarie andavano male, e lo spread (scusatemi per la parolaccia) era a livelli insostenibili. Gli subentrò il presunto salvatore della Patria, Mario Monti, che c’inflisse balzelli a raffica, affermando che i sacrifici erano necessari per non fallire.

Non di buon grado, mettemmo mano al portafogli nella speranza che i conti si sistemassero. Illusione. Il famigerato debito s’impennò ulteriormente, confermando una sensazione che albergava nei nostri cuori: il premier ci aveva preso in giro. Cosicché il senatore a vita e professore esimio tolse l’incomodo e per fortuna sparì, dopo un’esperienza elettorale tragicomica. E fu la volta di Enrico Letta. La cui esperienza di capo del governo risultò breve come un sospiro. Frattanto che ne fu del debito pubblico? Peggio che pria, benché il giovin presidente del Consiglio avesse assunto Carlo Cottarelli con l’incarico di procedere alla spending review, che poi non è altro che la limatura della spesa (non capisco perché parlino in inglese dato che hanno già difficoltà con l’italiano corrente). Transeat.

Cacciato pure Letta, tra squilli di trombe arriva Matteo Renzi. La sua dichiarazione inaugurale fu perentoria: aggiusto il bilancio recuperando grana grazie alla spending review. Davvero? Abbiamo finto di credere anche a questa bischerata. Che si dimostrò subito tale: l’unica spesa in effetti tagliata fu lo stipendio di Cottarelli, colui che avrebbe dovuto potare i rami secchi e sanare la contabilità statale. Licenziato l’uomo delle cesoie, nel timore che le usasse sul serio, il premier non osò più pronunciare l’espressione “tagliare la spesa” né in lingua madre né in inglese. In sintesi: il debito pubblico ha registrato un record, i suddetti 2.200 miliardi.

Ammazza che risanatori si sono succeduti alla guida del Paese. Eppure non se ne vergognano. Anzi, si danno un frego di arie, se la tirano da moderni statisti abilitati a compiere miracoli. In effetti un miracolo è sotto gli occhi di tutti: nessuno li ha ancora presi a calci. Un premier al quale sferrerei personalmente una pedata nel sedere è colui che prestò alla Grecia la bellezza di 40 miliardi di euro, pur edotto che Atene non li avrebbe mai restituiti. Se lo identificassi e lo interrogassi, so quale sarebbe la sua risposta: è stata la Ue a costringermi a sganciare quel monte di soldi.

I nostri politici, allorché commettano una sciocchezza (per stare leggeri), si giustificano dicendo: abbiamo ubbidito a ordini europei. Bei pirla. Siamo la nazione più indebitata del mondo e, anziché colmare i nostri buchi, contribuiamo a tappare quelli della Grecia? Bisogna essere deficienti, e più di così non si può. Il fatto che sia stata Bruxelles a indurci a cadere in errore non ci solleva dalla responsabilità di avere sciupato quattrini pubblici ossia dei cittadini. Incomprensibile anche la condotta dell’Unione, che ci rimprovera perché abbiamo accumulato un debito da capogiro, poi ci chiede d’incrementarlo per foraggiare un Paese in dissesto come la Grecia che, per giunta, non riesce a fronteggiare la spesa ordinaria, figuriamoci se avanza qualche spicciolo per tacitare i creditori.

La quale Grecia, fra l’altro, nel momento in cui dirà apertamente – invece di menare il can per l’aia (ma esistono ancora le aie?) – di essere al default, in automatico non avrà più un euro di debito, visto che chi chiude bottega per insolvenza ricomincia da zero. Senza più pendenze, essa, se amministrerà decentemente il poco che ha, avrà l’opportunità di risorgere. E noi ce la prenderemo in saccoccia. Morale della favola. Quelli che hanno governato l’Italia si dividono in due categorie: molti ladri e altrettanti cretini. Scegliete voi chi votare.

Fonte: Il Giornale