L’informazione al servizio della democrazia come cane da guardia del potere? La libertà di stampa come ‘bene comune’ da difendere? Siamo giornalisti o servi di scena? Il direttore del Fatto Quotidiano risponde a MicroMega, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro “Slurp” (Chiarelettere), sulla ‘zerbinocrazia italiota’.

intervista a Marco Travaglio di Rossella Guadagnini

“Chi ci ha ingannati tradendo il dovere di informarci ha le stesse colpe di chi ci ha sgovernati promettendo di salvarci. E se né gli uni né gli altri hanno mai pagato un centesimo per le proprie responsabilità, è perché leccatori e leccati sono indissolubilmente legati. Simul stabunt, simul cadent”. Marco Travaglio dedica il suo nuovo libro, “Slurp” (edito da Chiarelettere e presentato in anteprima il 17 maggio al Salone del Libro di Torino) a chi usa la lingua “per parlare, per denunciare, per urlare, per fare pernacchie”.

“Se la stampa non esistesse – diceva Balzac – bisognerebbe non inventarla; ma ormai c’è e noi ne viviamo”. Il direttore del Fatto Quotidiano è d’accordo con questa visione?

La stampa è la nostra vita: è importantissima. Questo libro l’ho scritto per cercare di far vergognare quelli che usano la stampa per leccare il potere anziché per raccontarlo e criticarlo. È un atto d’amore nei confronti dell’informazione. Non è un gesto di odio o di sfiducia, il tentativo di risvegliare sia quelli che la stampa la fanno, sia quelli che la utilizzano. E’ anche colpa del pubblico, dei lettori e dei telespettatori, se abbiamo giornali e tv così asserviti. Se la gente imparasse a ribellarsi e a pretendere il servizio che la stampa dà in tutte le democrazie, probabilmente riuscirebbe anche a ottenerlo.

Cosa è successo all’informazione in Italia?

Io rendo noto il referto. I risultati sono imbarazzanti. Non lo scopro io che abbiamo la stampa più servile d’Europa. Vi sono grandi giornali internazionali che, negli anni passati, hanno parlato riguardo all’informazione italiana di piaggerie peggiori di quelle della Russia di Stalin, del Minculpop, della stampa nordcoreana di regime. Abbiamo dato tutto il peggio di noi stessi in questi anni e questa è una delle spiegazioni per cui siamo stati governati dai peggiori governi possibili. Perché la stampa li ha sempre presentati come i migliori possibili. Chi ha incensato i governi Berlusconi ha poi incensato ugualmente i governi di Monti, Letta e Renzi.

Questo è un libro sul servilismo dei pennivendoli e, inevitabilmente, sulla libertà di informazione e i suoi limiti. Come dovrebbe essere un rapporto sano tra potere (politico, economico) e giornalismo?

Non credo di essere abilitato a dare delle lezioni. Quello che so è che non è questo il modo di fare giornalismo. Basta leggere un quotidiano straniero per rendersi subito conto che o sbagliano tutti i giornali stranieri o sbagliano i nostri grandi giornali. Non si è mai visto all’estero che al momento della scadenza del mandato presidenziale, ci si comincia a inginocchiare davanti al Capo dello Stato e chiedere: “La prego rimanga, non se ne vada, si faccia rieleggere”. Da noi è successo proprio così: dopo il settennato d’obbligo hanno cominciato a turibolare, a inginocchiarsi, a baciargli la pantofola perché non ci lasciasse. Non è questo il compito della stampa. Che dovrebbe piuttosto compiere un’analisi critica di ciò che fa il Presidente, di ciò che fanno tutti i presidenti, come si è sempre fatto in Italia. Gli stessi giornali che hanno chiesto l’impeachment per Leone e Cossiga hanno poi trasformato Napolitano in una specie di divinità. Repubblica, che aveva svolto un ruolo critico rispetto ai capi di Stato precedenti, con Ciampi e soprattutto con Napolitano ha cambiato atteggiamento.

Sono mutati i tempi o gli uomini?

Né gli uni, né gli altri. Il potere è sempre stato il potere e, come dice la parola stessa, è potente. Basta non farsi intimorire, tenere dritta la schiena e alta la testa. E fare le dovute critiche. Non perdere mai la coscienza della propria funzione. I giornali sono diventati i propagandisti dei governi, della Presidenza della Repubblica, di Confindustria, delle banche, anche quelli che non hanno le banche nella loro proprietà. Anche quelli che non hanno i partiti in qualche modo coinvolti nel proprio destino. Oggi è considerato assolutamente normale che se il presidente del Consiglio annuncia una cosa, il giornalista – il giorno dopo- riprende quell’annuncio senza minimamente andare a vedere se è vero o no. E’ qualcosa che in passato non succedeva nemmeno in Italia, che pure non ha mai avuto una grande tradizione di libertà d’informazione. Negli anni Cinquanta e Sessanta, ad esempio, i giornali erano tutti governativi tranne l’Unità, in quanto giornale di partito: non è che lo facesse per spirito di libertà, era semplicemente spirito di parte.

La libertà di stampa si può annoverare tra i ‘beni comuni’ e come tale essere difesa?

Assolutamente sì, c’è anche un articolo della Costituzione (il 21 ndr.) che la tutela. Anche se poi di quella libertà che noi abbiamo molto spesso non ne approfittiamo, non ce la prendiamo, pure se siamo tutelati. Non credo succeda niente a nessuno se critica Napolitano: non è che arrivano i corazzieri e gli sparano. E’ quindi un’autocensura, un servilismo autoindotto. Poi, certo, fa piacere al potente essere incensato, ma non è che ti può fare qualcosa se non lo incensi.

Dunque è una servitù volontaria?

Sì, ad esempio, da parte di direttori che condizionano i loro redattori.

La verticalizzazione all’interno delle redazioni, la commistione sempre più forte tra potere dell’editore e potere del direttore, le pressioni esterne (politiche ed economiche), l’avanzamento del web rispetto alla carta stampata, la crisi con riflessi pesantissimi sull’impiego di professionisti e giovani, sono tutte realtà che hanno influito sensibilmente sulla sempre minore indipendenza della stampa.

Il punto centrale, tuttavia, è la situazione politica. Una grande responsabilità è da attribuirsi alle cosiddette larghe intese. Un’era cominciata ufficialmente nel 2011, con la caduta del governo Berlusconi, ma già ampiamente sperimentata negli anni della Bicamerale. Non a caso l’unico che non ha mai voluto sentir parlare di larghe intese, Prodi, è stato sabotato da Napolitano -come racconta Padoa Schioppa nei suoi diari- ed è stato spazzato via dal suo stesso partito due volte su due. Per il resto, gli altri le larghe intese le hanno sempre praticate, da D’Alema a Veltroni, anche se non erano ufficializzate. Questo clima ha fatto sì che non ci fosse neanche più quella parodia di pluralismo che c’era prima; quando, cioè, i giornali di sinistra attaccavano i governi di centro e centrodestra, mentre quelli di centro e centrodestra attaccavano i governi di sinistra nella Seconda Repubblica, dato che nella Prima non c’è mai stata alternanza al potere. Quando poi si sono ufficializzate le larghe intese -e praticamente oggi siamo in piene larghe intese, anche se non ce lo dicono- non è che la stampa di destra svolga un ruolo di opposizione o di controllo nei confronti di un governo formalmente di centrosinistra. Semmai fanno le loro vendette perché Berlusconi non è stato informato che eleggevano Mattarella. Il governo Renzi, quando è nato, aveva incensatori sul Giornale, su Panorama, sul Foglio e li ha ancora, tanto quanto sulla stampa borghese cosiddetta indipendente.

La categoria dei giornalisti non esce bene da queste pagine: ammaccata di suo, assalita dalla politica, sotto scacco dei poteri forti. In molti hanno tentato – e tentano continuamente (si vedano intercettazioni e bavagli vari) – di togliere ossigeno all’informazione e ridurne l’efficacia. I giornalisti hanno reagito tutti inchinandosi?

No, però io non faccio un discorso di categoria. In questo libro ci sono fior di lecchini, ma hanno un nome e un cognome. Ce ne sono tanti che non ci sono perché non c’era… spazio (550 pagine, ndr)! Ma tanti altri non ci sono perché non hanno mai leccato nessuno e sono sparsi in tutti i giornali. Ci sono tanti colleghi che, in questi anni, non si sono piegati, hanno fatto il loro onesto lavoro, senza dedicare al potere quegli esempi di cortigianeria che ho messo nel libro. Onore a loro.

Travaglio è giornalista d’inchiesta e fa informazione secondo i canali tradizionali (editoriali, presenze in talk show e programmi di informazione radiotelevisiva) ma anche no. Come mai la scelta di trarre dai libri degli spettacoli teatrali?

E’ la prima volta che presento contemporaneamente libro e spettacolo. Di solito prima veniva lo spettacolo poi il libro, come è successo per la “Trattativa Stato-mafia”. Stavolta è diverso perché mi sono reso conto che questa roba qua fa talmente ridere che bisogna raccontarla al pubblico. L’antologia di queste leccate è uno spettacolo tale che non può restare solo sulla carta, dev’essere letta da un’attrice e raccontata da me. (Le prossime tappe dello show, intitolato come il libro, “Slurp”, sono il 22 maggio a Rezzano, Brescia, il 23 a Padova e il 24 a Udine, con l’attrice Giorgia Salari ndr.)

Se guardiamo al passato gli auspici sono favorevoli.

Spero che sia il volume sia lo show aiutino la gente a riscoprire cosa è un giornale, a cosa serve un giornalista. Quindi a pretendere che i giornali ritornino a fare quello che devono fare. Mi auguro che giornalisti ed editori si rendano conto che la crisi dell’editoria non è solo che la gente non legge o non voglia leggere sulla carta. Il problema è che non vuole più leggere certe cose sulla carta.

Informazione e satira oggi, ancor di più rispetto al passato, si incrociano e si sovrappongono. Anche il tuo libro, malgrado la mole, è divertente, a tratti perfino esilarante. Esiste il rischio di spettacolarizzare l’informazione?

Il mio recital è come un lungo articolo sul palco: non è che mi metto a ballare. Ed è molto più efficace in quanto ne parlo direttamente con coloro che stanno lì, vicino, e possono interagire. E’ anche un’esperienza interessante per me, per sapere che sintonia c’è coi lettori, quali sono le cose che interessano. Per cercare di fare un giornale che non sia autoreferenziale, interessante solo per noi giornalisti, ma un quotidiano che sia davvero quello che i lettori si aspettano, anche nella scelta dei temi e dei toni. Non bisogna mai perdere il contatto con le persone.

Nel Post Scriptum finale del libro, che ha i toni dell’invettiva, inviti i lettori dei giornali e i telespettatori di tg e talk show a ribellarsi. Ritieni che un pubblico non specialistico, che magari s’informa di preferenza sul web, si interessi ai problemi della stampa?

Spesso i temi della libertà di informazione sono considerati una questione interna alla nostra categoria. Le persone non si rendono conto che, invece, è in gioco la qualità delle democrazia e quindi della loro vita, non solo della nostra. A noi ci pagano lo stesso, sia che facciamo i leccaculo, sia che facciamo i giornalisti. Ma chi ne subisce le conseguenze sono lettori e telespettatori.

Quindi è un problema che riguarda tutti ?

Le vere vittime della non-libertà di stampa sono i cittadini.

Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, l’altro giorno ha detto che lui i giornali non li legge: a casa sua ci incartano le uova e il pesce. Cosa rispondi come direttore di giornale?

Con certe pagine di giornali a incartare il pesce si rischia pure di sporcarlo. Su certi aspetti ha ragione, tuttavia dovrebbe fare dei distinguo. Ho l’impressione che si riferisse ai giornali che lo criticano. Se questo è davvero il suo pensiero, non si differenzia per nulla da certi vecchi politici che considerano ‘libera’ la stampa amica e ‘da cestinare’ quella critica. In questo caso dovrebbe pensarci bene: fatta così è una dichiarazione molto pericolosa.

Tra gufi, professoroni, pigri, perdenti e ultimamente anche masochisti, come Renzi ha definito i critici e gli oppositori alla sua politica, in quale categoria ti collocheresti?

Nessuna. Se vuole, può appiopparmele tutte. Anche lui ha una concezione autoritaria della democrazia. Gli piaceva molto la libertà d’informazione quando criticava quelli che criticava lui. Gli piaceva il Fatto Quotidiano quando criticava le inadeguatezze della classe dirigente che lui voleva rottamare. Sperava che lo facessimo perché eravamo renziani. In realtà lo facevamo perché eravamo giornalisti ed essendo rimasti tali ora critichiamo lui quando sbaglia. E gli piace molto meno, dimostrando di essere come tutti gli altri: né nuovo, né innovatore, né rottamatore.

Fonte: La Repubblica