Qualche giorno fa l’ex premier inglese Tony Blair ha fatto sapere che forse tornerà alla politica attiva. Meglio di no, gli è stato risposto. Lo ha detto, più o meno, nelle stesse ore in cui l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy rendeva noto che lui, invece, dalla politica attiva se ne andava. Bene così, è stato il commento. Si tratta di due figure (o figuri, fate voi) significative del nostro tempo, accomunate peraltro, specularmente, dallo stesso sogno: il primo voleva svecchiare la sinistra, il secondo ringiovanire la destra. E infatti Blair ha sfasciato il laburismo e Sarkozy è finito rottamato. Qualcuno dirà che sono gli incerti del mestiere, e non ha torto. Qualcun altro, a ragione, osserverà che a un certo punto Blair si legò, sino allo spergiuro, alla politica estera interventista americana, e Sarkozy a un’idea tecnocratica per la quale Wall Street era il paradiso in terra. L’uno e l’altro, insomma, cercarono oltreoceano quella legittimazione che in patria cominciava a sfuggirgli. Si vedevano e si volevano globalisti, ma i loro rispettivi Paesi nell’istinto restavano localisti. Il portato finale di Blair si è rivelato la Brexit, quello di Sarkozy potrebbe rivelarsi il Front National.

In terra di ciechi, si sa, è beato chi ha un occhio solo e quindi l’euforia con cui la destra, latu sensu, accoglie i disastri della sinistra, in senso lato, è più che giustificata. Hollande è in caduta libera, e non c’è paracadute che lo salverà dallo spiaccicarsi a terra, sono scomparsi gli indiñados spagnoli, in Austria dovranno rifare le truccate elezioni presidenziali, il greco Tsipras continua a girare con il piattino (il che è una vergogna per l’Europa in quanto tale), l’Europa orientale è un proliferare di muri nazionali, il referendum italiano rischia di trasformare Matteo Renzi nel Dottor Stranamore, uno che si fa esplodere la bomba atomica costituzionale sotto i piedi. E poi, naturalmente, c’è Donald Trump, e poi, naturalmente, c’è Vladimir Putin. Il mondo, dunque, sta cambiando, ma osservare che il pendolo si stia muovendo verso destra è una visione miope, ovvero fatta con categorie della politica che non permettono più una messa a fuoco efficace. Ed è inoltre, intellettualmente ambigua, perché il liberismo economico, le privatizzazioni, la messa in discussione del Welfare, l’abolizione delle frontiere, la globalizzazione dei mercati, la delocalizzazione delle aziende, il mercato unico transnazionale fanno parte del bagaglio ideologico e politico di un pensiero di destra. Da almeno un trentennio a questa parte, insomma, la destra e la sinistra in Occidente sono state alternativamente alla guida dello stesso treno: può darsi che si illudessero su quale fosse la stazione d’arrivo, è però certo che marciavano ambedue su un unico binario.

Ora, quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi, è la rivolta dei passeggeri. All’inizio speravano che ci fosse un’equa distribuzione dei posti, che si potesse cambiare di classe e di scompartimento e che, comunque, si potesse scendere. Alla fine si sono accorti che il treno non si ferma mai, ma va sempre più veloce, che i portelloni sono ermeticamente chiusi, che l’aria è sempre più irrespirabile e che, soprattutto, alla guida del treno non c’è nessuno. E così hanno cominciato a spaccare i vetri dei finestrini. Fuor di metafora, è la rivolta contro le élites quella che è in corso e quella che le élites al potere chiamano populismo, illudendosi così di esorcizzarla. Ed è paradossale che dopo aver espropriato il popolo di diritti fondamentali (lo scegliere con chi stare, lo scegliere, come comunità, dove andare, il votare su questioni che riguardano la propria identità nazionale), sprezzantemente li si addita come un insieme malmostoso, ignorante e che, naturalmente, vota con la pancia e non con l’intelletto. In questo quadro, realtà come quella americana e quella russa hanno più frecce al loro arco. Si tratta di grandi Paesi, che per quanto in crisi hanno proprio in questa consapevolezza le ragioni di un riscatto. Quando Trump promette di «rendere di nuovo grande l’America», il suo popolo capisce di cosa sta parlando, e lo stesso vale per Putin quando prepara per il suo un ruolo internazionale. Ma in Europa? Il fallimento europeo è sotto gli occhi di tutti, e racconta un vuoto sociale che va di pari passo con le difficoltà economiche. Pensare, come continuano a fare le élites europee, di avere ancora, sempre e comunque, il monopolio del mercato elettorale, è peggio di un crimine. È un errore politico. La Comunità europea non morirà di populismo, ma di incapacità propria. Una lagna, non uno schianto.

Fonte: Il Giornale